Io speriamo che me la cavo: la difficile ripartenza dell’export per il vino made in Italy

Nell’anno della pandemia mondiale, una delle criticità maggiori (per il vino made in Italy, ma non solo) è attualmente rappresentata dalle diverse velocità con cui la ripresa, di Paese in Paese, si va articolando. Già, perché come le cronache quotidiane ribadiscono, ogni nazione sta affrontando la propria uscita dal lockdown seguendo tempistiche e strade diverse. E c’è chi, vedi il caso degli Stati Uniti e di gran parte del Sudamerica, è ancora in pieno stato di emergenza, non avendo, a oggi, sufficienti dati per pronosticare il quando e il come ne uscirà. Elementi che pesano anche sull’andamento dei mercati, come stanno dimostrando diversi segnali. 

Fu vera ripresa?

Una ripresa a singhiozzo sta profondamente incidendo sulla ripresa dell'export del vino made in Italy
Una ripresa a singhiozzo sta profondamente incidendo sulla ripartenza dell’export del vino made in Italy

Il caso delle fiere internazionali racconta molto del contesto che stiamo tutti vivendo. Con eventi prima rimandati, poi annunciati per la seconda metà del 2020, infine spesso annullati non tanto per difficoltà logistiche, organizzative o di sicurezza, ma per il palesarsi del dato che i buyer dei principali mercati del mondo difficilmente quest’anno si muoveranno alla scoperta di novità a fronte dell’incertezza rispetto a spostamenti (in primis intercontinentali) e reali situazioni sanitare dei contesti di arrivo. C’è poi il tema della ristorazione: non solo quella italiana, infatti, è oggi in ginocchio. Gli Usa, da sempre destinazione prediletta per il food & wine made in Italy, hanno visto nelle ultime settimane diversi Stati ordinare una nuova chiusura di bar e ristoranti, quale misura per arginare l’emergenza della ripresa dei contagi. Dalla California alla Florida, dal Colorado all’Arizona, dal Texas a New York, le nuove restrizioni crescono e occorre seriamente domandarsi quali influssi avranno per il vino italiano nella conclusione di quest’anno. L’auspicio di tutti (produttori in prima fila ovviamente) era infatti quello che l’estate del post lockdown potesse portare a una prima generale ripartenza, facendo da traino a quel rilancio capace di condurre alla prima volata del periodo natalizio e al definitivo allungo in vista del 2021: uno scenario che non avrebbe salvato da perdite il settore in questo disgraziato anno, ma quantomeno avrebbe prospettato un contenimento significativo dei valori dopo il segno meno. L’attuale contesto internazionale, tuttavia, con il suo procedere a scartamento ridotto e le differenti velocità dei mercati, sta terribilmente complicando le cose.

Vino made in Italy negli Usa: dopo il primo quadrimestre, il diluvio?

Gli Usa, ancora in piena emergenza, sono tornati a chiudere in molti Stati bar e ristoranti: quanto queste restrizioni peseranno sul conto a fine anno per il vino made in Italy?
Gli Usa, ancora in piena emergenza, sono tornati a chiudere in molti Stati bar e ristoranti: quanto queste restrizioni peseranno sul conto a fine anno per il vino made in Italy?

I numeri, infatti, difficilmente mentono. E i dati del primo quadrimestre in tema di export evidenziano di andamenti tutti da interpretare. Come già spiegato in una precedente analisi, dopo un primo bimestre da record, il secondo è stato da dimenticare. Colpa di un aprile in pieno lockdown globale e tra i peggiori di sempre. Nel complesso, andando a misurare le performance a valore del periodo nella top 10 dei Paesi importatori (che valgono il 50% dell’export del vino del Belpaese), l’Italia ha fatto segnare a sorpresa un +5,1% sullo stesso periodo dell’anno precedente: il merito è stato dell’exploit in Canada (+7,1%) e dell’ottima prestazione negli Stati Uniti. Ed è proprio in quest’ultimo dato che si annida una delle principali vulnerabilità. Perché se gli Usa tra gennaio e aprile sono cresciuti del +10,8%, lo si deve a fattori che difficilmente potranno essere replicati da qui a fine anno. E anche nella curva incrementale, da segnalare è come sì, il vino italiano negli States abbia chiuso bene un quadrimestre da incubo per tanti competitor, ma solo grazie a un valore che su gennaio e febbraio segnava +40%. E oggi (o meglio sarebbe già da guardare il domani), con quella che è l’emergenza ancora in corso a Washington e dintorni, con una ristorazione che procede a singhiozzo, con una concorrenza che si farà sempre più feroce, l’orizzonte a Ovest annuncia tempesta.

La Cina è davvero così vicina per il vino made in Italy?

I dati più recenti riguardanti l’import di vino in Cina, condivisi dal ministero del Commercio cinese e rilanciati dall’ufficio di Shanghai di Veronafiere, non evidenziano segnali positivi a sufficienza. Il dato del vino made in Italy risulta in linea
I dati più recenti riguardanti l’import di vino in Cina, condivisi dal ministero del Commercio cinese e rilanciati dall’ufficio di Shanghai di Veronafiere, non evidenziano segnali positivi a sufficienza

Se a Occidente, per l’Italia del vino, lo scenario non è dei più confortanti, come ribadisce anche il trend nei primi quattro mesi in Germania, dove ha ceduto a valore l’1,3%, e in Gran Bretagna, dove ha segnato un -15,6%, la speranza per un deciso miglioramento nel prosieguo dell’anno si auspicava potesse sorgere a Oriente. La Cina, che prima ha subito la pandemia, ma prima ha anche ripreso a muoversi, si auspicava potesse fare da traino alla ripartenza dell’export. Ma in realtà, i dati più recenti riguardanti l’import di vino nel Paese, condivisi dal ministero del Commercio cinese e rilanciati dall’ufficio di Shanghai di Veronafiere, non evidenziano segnali positivi a sufficienza. Quale il punto di partenza? Le rilevazioni stilate da Unione Italiana Vini sul primo trimestre 2020 avevano già raccontato di un’Italia tra il novero dei Paesi ad aver pagato le importanti flessioni di cui era stato vittima il mercato asiatico: in Cina, questo si era tradotto in un -44% a volume per vini fermi e frizzanti confezionati, con associato calo del 40% sul fronte valori. Non migliori sono stati i dati di aprile, come spiegato dall’analisi promossa dall’Osservatorio Vinitaly – Nomisma Wine Monitor su dati doganali. E l’aggiornamento di maggio fornito dall’ufficio di Shanghai di Veronafiere, l’ultimo disponibile, dipinge uno scenario ancora da profondo rosso. Il dato degli spumanti è il primo a essere offerto: le bollicine, comparate all’anno precedente, sono affondate tra gennaio e maggio 2020, segnando oltre -33% a volume e -34% a valore, ma soprattutto avendo l’ultimo mese preso a riferimento (quello in teoria della ripartenza dopo l’aprile da incubo) che registra rispettivamente un -39% e un -46%. Se poi si volge lo sguardo e si fissa l’obiettivo sull’import di vino nello stesso periodo, si può osservare come nei primi cinque mesi del 2020 il mercato cinese si attesti complessivamente a un -32% nei volumi e un -33% coi valori. L’Italia risulta attualmente in linea con questo dato generale, ma di certo parlare di una possibile spinta alla ripresa proveniente dalla Cina risulta quantomeno azzardato: più semplicemente, forse sarebbe il caso di ammettere che, salvo improvvise impennate oggi difficili da pronosticare, si rientrerà nella media della “perdita calcolata” di settore di quest’anno, per cui molti analisti ipotizzano una chiusura a dicembre con un deficit che si attesterà a un terzo del business passato. In attesa, poi, di tornare a sorridere e vivere tempi migliori già dal 2021.

L'andamento degli spumanti nei primi cinque mesi del 2020 in Cina
L’andamento degli spumanti nei primi cinque mesi del 2020 in Cina
La situazione del vino imbottigliato in Cina si attesta sulle medie dei valori più generali. Il dato del vino made in Italy risulta in linea
La situazione del vino imbottigliato in Cina si attesta sulle medie dei valori più generali

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