Come è difficile fare i consumatori ai tempi del Coronavirus

Al centro di tutto c’è sempre lui, ovvero noi: il consumatore. Chi esce per andare a lavorare, in modo diretto o indiretto, lo fa perché partecipa alla costituzione di qualche cosa che viene consumato. La realtà che stiamo vivendo, molto più casalinga, spinge a mettere a punto prodotti e sistemi di gestione degli approvvigionamenti che ci facciano arrivare più possibile vicino all’uscio di casa ciò che vogliamo consumare o che, in altro modo, non possiamo più avere. C’è la spesa di tutti i giorni, ovviamente. Ma anche quei formaggi e vini che gustavamo durante l’aperitivo, quelle scarpe che compravamo in centro o quel sushi freschissimo che consumavamo ai tavoli di un ristorante fusion. E poi lo smartphone a cui non sappiamo resistere, la console appena uscita o l’armadio dell’Ikea che manca nella camera dei ragazzi. Come consumatori, però, siamo tirati per la giacchetta da più parti. Ci viene chiesto di spendere ancora come facevamo prima, se non di più. Con insistenza si parla dei risparmi degli italiani che non si muovono e della necessità che, adesso, siano messi in circolo per sostenere i consumi e quindi, alla fine, tutto il sistema economico. Allo stesso modo, ci viene spiegato che è il nostro muoverci il problema e siamo invitati a farlo il meno possibile. Fosse solo questo, il dilemma in cui ci troviamo, sarebbe ancora semplice. L’infodemia, però, non riguarda solo le notizie intorno al virus ma anche i messaggi diretti ai consumatori: contraddittori, tutti urgenti, tutti quotidiani.

Aiutiamo i ristoranti. Anzi no: “Consumatori, aderite allo sciopero dei rider”

Qualche giorno fa c’è stato lo sciopero dei rider, che hanno chiesto ai consumatori di non ordinare nulla per un fine settimana, in solidarietà con la loro protesta per le condizioni di lavoro.
Qualche giorno fa c’è stato lo sciopero dei rider, che hanno chiesto ai consumatori di non ordinare nulla per un fine settimana, in solidarietà con la loro protesta per le condizioni di lavoro

Ci sono ristoranti e affini. Sono loro il primo fronte ad avere pagato dazio ad inizio d’anno e a pagarlo ancora, più o meno secondo le zone in cui si trovano. Hanno dovuto chiudere in fretta e furia, poi adeguarsi a protocolli inizialmente rigidissimi (ricordate i i plexiglass?), poi gestire il vuoto (per i locali del centro) o l’assalto di ritorno (per quelli fuori dalle città e nei luoghi di vacanza). Poi le nuove chiusure, proprio mentre si cominciava a tirare appena un po’ il fiato, spesso annunciate all’ultimo minuto con tutti gli inevitabili danni di chi vive di cucina, di cerimonie, di freschi e approvvigionamenti quotidiani. E quindi, che fare? Nelle città ci sono i delivery, nei piccoli centri la vecchia e cara consegna a domicilio, e ovunque si può anche fare l’asporto: ordiniamo il cibo, sosteniamo i ristoranti e tutto l’indotto. Così, ad aprile, le città fantasma erano popolate di rider e ancora oggi questo è un sistema sempre più adoperato. Tutto bene allora? A dire il vero no: se a un certo punto chi arriva con la busta calda a casa nostra è finito nel gran calderone degli eroi, nulla è cambiato sul fronte dello stipendio e delle tutele. Fino ad arrivare allo sciopero dei rider, che qualche giorno fa hanno chiesto ai consumatori di non ordinare nulla per un fine settimana, in solidarietà con la loro protesta. Stessa sorte per pane e pizza: salutisti e filosofi del lockdown suggeriscono di impastare perché così sappiamo cosa mangiamo e poi fa bene all’umore e si passa il tempo. Risultato: vendite di lievito più che raddoppiate e produttori che oggi rassicurano i consumatori sulla disponibilità per i mesi a venire. Poi ci sono quelli che invece ci spiegano come l’incremento delle vendite del lievito non sia un buon segno per l’economia e ci sono fornai e pizzaioli che sanno farli meglio di noi e devono pagare gli stipendi. Però bisogna uscire di casa. O chiamare il rider. Sempre che non sia giorno di protesta perché allora bisogna essere solidali.

Regali di Natale: “on line oppure no?”, questo il dilemma (dei consumatori)

Certamente, il fatto che di lockdown natalizi e cenoni in videocall si parli ormai già da settimane non aiuta il clima festivo e l'ottimismo, motore dei consumi.
Certamente, il fatto che di lockdown natalizi e cenoni in videocall si parli ormai già da settimane non aiuta il clima festivo e l’ottimismo, motore dei consumi

Per i virologi è lineare: guai a negozi affollati in caccia dei regali di Natale, si facciano gli acquisti on line. Detto, fatto: tutte le campagne pubblicitarie a sostegno dell’acquisto sul retail digitale sono cominciate. E, ovviamente, invitano a muoversi con anticipo, per fare questi regali. Tanto uscire non si può e a farli prima si sceglie meglio e non si rischia di restare senza, è il sottotesto. Dall’altro lato, invece, c’è tutto il commercio fisico, provato da mesi di lockdown totali, parziali e morbidi, dalla misurazione della temperatura e dai limiti di capienza, che ormai, per il 2020, non può che aggrapparsi al miraggio degli acquisti di Natale. Anche sui social girano, da tempo, diverse meme che invitano direttamente a non usare Amazon, per queste festività, ma ad aiutare i piccoli negozi o comunque i punti vendita fisici delle nostre città. Ma, certamente, il fatto che di lockdown natalizi e cenoni in videocall si parli ormai già da settimane non aiuta il clima festivo e l’ottimismo, motore dei consumi. Anche in questo caso, programmare è davvero difficile per tutti gli operatori che gravitano intorno al settore alimentare: dal pasticcere che fa panettoni artigianali alle centrali d’acquisto della Gdo. Ma anche fare il consumatore non scherza, quanto a difficoltà.

La spesa digitale? Quasi un miraggio

Come consumatori siamo tirati per la giacchetta da più parti. Ci viene chiesto di spendere ancora come facevamo prima, se non di più. Allo stesso modo, ci viene spiegato che è il nostro muoverci il problema e siamo invitati a farlo il meno possibile
Come consumatori siamo tirati per la giacchetta da più parti. Ci viene chiesto di spendere ancora come facevamo prima, se non di più. Allo stesso modo, ci viene spiegato che è il nostro muoverci il problema e siamo invitati a farlo il meno possibile

Ormai è già entrato nelle nostre abitudini: come si entra in lockdown, o se ne comincia a parlare, parte la corsa alla spesa on line. Perché uscire poco è meglio: ci si espone meno al contagio, si evitano code e situazioni problematiche nei negozi, si usano sistemi più sicuri per tutti poiché prevedono minori contatti. Ma, al tempo stesso, è bastato ventilare l’ipotesi di chiusura che gli ormai famigerati ‘slot di consegna’ dei supermercati sono andati esauriti. Anche gli operatori digitali non se la passano meglio: il piccolo gigante Cortilia ha immediatamente bloccato i nuovi abbonamenti e ridotto la profondità dell’assortimento. Difficile, per chi non si era già organizzato o non ha tanto tempo da dedicare alla ricerca di slot, effettuare la spesa on line. Ma, per fortuna, sembrano lontani i tempi delle lunghe code fuori dai punti vendita. Anche se resta, per il povero consumatore che cerca di far la cosa giusta, la questione scorte sì, scorte no: andare in negozio tutti i giorni non va bene ma riempire i carrelli nemmeno perché non c’è penuria di cibo e così facendo si sta troppo in giro e si favorisce lo spreco.

I numeri: ad ottobre su i risparmi, giù i consumi

È come se i consumatori italiani avessero messo da parte il controvalore di una intera manovra finanziaria, nel solo mese di ottobre
È come se i consumatori italiani avessero messo da parte il controvalore di una intera manovra finanziaria, nel solo mese di ottobre

A mescolare tutto quel che sta accadendo in un calderone, si ottiene un risultato più che prevedibile: ad ottobre i consumi scendono e i risparmi salgono. Ci sono le saracinesche abbassate, la paura, il clima incerto, la rabbia. I consumi sono fermi per servizi ricreativi, alberghi e ristoranti mentre sul fronte della spesa alimentare, ovviamente, sta accadendo il contrario. Secondo l’indicatore congiunturale della Confcommercio, ad ottobre i consumi sono scesi dell’8,1% rispetto allo stesso mese del 2019 interessando “in misura più immediata e significativa la filiera del turismo, servizi ricreativi (-73,2%), alberghi (-60%), bar e ristoranti (-38%)”. Cifre che portano l’associazione a prevedere un calo del Pil del 4% per l’ultimo trimestre dell’anno, a meno di un “eccezionale ma improbabile” recupero di dicembre. L’anno, visto il rimbalzo del terzo trimestre, dovrebbe comunque restare intorno al -9%. Secondo i numeri diffusi dall’Associazione delle banche, invece, è come se gli italiani avessero messo da parte il controvalore di una intera manovra finanziaria, nel solo mese di ottobre. I depositi sono infatti saliti del 9,5%, a 1.714 miliardi di euro, mentre in valore assoluto su base annua sono saliti di oltre 149 miliardi di euro. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha lanciato l’appello: “vanno create le condizioni per poter avere maggiori investimenti e quindi un miglioramento della crescita economica”. Anche un po’ di serenità sarebbe da includere, per quanto possibile.

Questa analisi è stata originariamente pubblicata dall’autrice su InsiderDairy.com

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