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Eventi del vino: l’insostenibile leggerezza dell’autarchia

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Spiace leggere che due iniziative così importanti del vino si trovino, non pensiamo ai ferri corti, ma in un ingaggio ideologico e in una sovrapposizione temporale che possono dare adito a ragionamenti di varia natura. Il fatto è che il mondo del vino, soprattutto in Italia, è costruito sui campanilismi, in altri termini sui territori, le etichette e i protocolli specifici. Che già di per loro mettono difficilmente in concordanza gli operatori stessi: per esempio, le etichette sono impegnate ciascuna a ribadire l’autenticità e il primato del frutto delle proprie vigne.

In un contesto così frammentato a partire dal basso, diventa complicato trovare un’armonia più alta, filosofica, concettuale. Il “fare sistema” è sicuramente l’orizzonte a cui tendere. Non è semplice, né banale; però non è nemmeno impossibile.

La querelle tra le due principali fiere del vino rimaste operative in Italia (Milano Wine Week e Vinitaly) è dunque fisiologica, frutto di una mancata sinfonia d’intenti endogena ed esogena.

Non entreremo nel dettaglio partigiano di torti e ragioni. Sarebbe ripetere pari pari il concetto iniziale dei campanilismi. Non è il nostro intento. Ciò che ci permettiamo di aggiungere è la visione più da consumatori e operatori del sistema, che da “soloni”, e riguarda la necessità di centrare l’attenzione sulla necessità urgente e improrogabile di appuntamenti fisici.

Sono vitali le fiere, gli eventi e le attività che permettono alle persone di tornare a vivere in prima persona il mondo del vino e a coinvolgere l’ecosistema in un dialogo finalmente vis-à-vis. E organizzare un evento e una fiera in Italia è il minimo indispensabile per il vitivinicolo, che incide pesantemente sul mondo agricolo e muove, seppure piccole, percentuali di Pil del Paese. Che deve continuare a perseguire il futuro, per sopportare il presente. Come diceva Napoleone:

Niente rende il futuro così roseo come il contemplarlo attraverso un bicchiere di Chambertin”.

In un recente film italiano, uno degli attori principali si aggrappa a un sorso di vino rosso nel calice che impugna come fosse uno scudo e dice:

Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro”.

Ecco l’irresistibile e insostenibile leggerezza dell’autarchia, giustissima in termini competitivi e di business, in questo momento andrebbe bilanciata con la capacità di dare spazio a ciò che conta: il vino. Il resto, il fare sistema, arriverà di conseguenza ma solo rimettendo al centro ciò che conta: le etichette, i territori, i partner e i consumatori.

Sono sempre le identità, gli scopi e i contenuti a fare la differenza. Nel 2021 è indispensabile che ci siano almeno (e ribadiamo almeno) due momenti fisici legati all’universo delle cantine in Italia. Due opportunità forti, una per lignaggio; l’altra per la grammatica innovativa e perché, soprattutto, radicata nell’hub imprescindibile, ossia Milano.

La risorsa ultima del settore, in questi due anni imprevisti e a tratti pazzeschi, è l’inesauribile tenacia nel superare le difficoltà e le divergenze, al fine di trovare nuovi mezzi per incardinare un dialogo virtuoso tra le parti. Lo si faccia per le aziende, per i territori, per le persone che con passione e impegno continuano a profondere sforzi inesauribili per guardare con positività oltre a questi momenti confusi.

Se non altro, lo si faccia per quella goccia di dolce e pregiato liquido che distende le tensioni e mette tutti d’accordo: “Affogate nel vino gli affanni” (Orazio).

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