Piemonte del vino, si spacca il fronte comune: è ora di una riforma sulla rappresentatività nei Consorzi?

Un fine 2021 movimentato quello del vino piemontese. Nel corso dei giorni in cui si dovrebbe brindare è, infatti, stato un vero terremoto quello che si è scatenato all’interno del “superconsorzio” che fa da cappello per la promozione delle eccellenze regionali. Nato nel 2011, per offrire all’insieme dei consorzi piemontesi un riferimento per far conoscere le proprie produzioni in Italia ed esportarne l’immagine all’estero, Piemonte Land of Wine ha assistito alla fuoriuscita di Barolo, Barbaresco e Roero, a seguito delle dimissioni di Matteo Ascheri, che rivestiva la carica di numero uno del “Consorzio dei Consorzi” e attuale presidente del Consorzio Barolo e Barbaresco.

A scatenare la scissione, una dichiarata impossibilità a convergere su posizioni comuni di valorizzazione del Piemonte e della qualità dei suoi vini tale da far crescere in maniera comune il movimento regionale. Da qui la decisione, che, come è stato evidenziato, covava già da tempo, del Consorzio Barolo Barbaresco Dogliani e Vini d’Alba e del Consorzio del Roero di lasciare la “casa comune”.

La vicenda, tutt’altro che da ritenersi mera questione di campanilismo o da rubricare a scontro locale, apre a più ampie considerazioni, come evidenzia la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti in una nota in cui rilancia la propria battaglia a favore di una riforma sulla rappresentatività nei Consorzi.

Piemonte Land of Wine ha assistito alla fuoriuscita di Barolo, Barbaresco e Roero, a seguito delle dimissioni di Matteo Ascheri, che rivestiva la carica di numero uno del “Consorzio dei Consorzi”
Piemonte Land of Wine ha assistito alla fuoriuscita di Barolo, Barbaresco e Roero, a seguito delle dimissioni di Matteo Ascheri, che rivestiva la carica di numero uno del “Consorzio dei Consorzi”

Dopo il terremoto nel Piemonte del vino un cambio di rotta?

La regione Piemonte deve essere protagonista nella riforma sulla rappresentatività nei Consorzi”. Ad affermarlo sono le delegazioni piemontesi della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti in una lettera inviata all’assessore regionale Marco Protopapa in riferimento alla decisione del Consorzio di tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani e del Consorzio del Roero di uscire dalla struttura denominata Piemonte Land of Wine. 

La vicenda, seguita alle dimissioni da presidente annunciate da Matteo Ascheri, ha suscitato infatti preoccupazione nelle delegazioni, che hanno visto estendersi al “Consorzio dei Consorzi” l’annoso problema della rappresentanza all’interno degli stessi.

I Vignaioli Indipendenti auspicano che la Regione – ai cui rappresentanti si ascrivono le leggi fondamentali della viticoltura italiana, nel 1963, nel 1992 e nel 2010 – proceda a individuare un meccanismo decisionale per la governance capace di far sentire tutti a casa propria, con la possibilità di contribuire a decisioni condivise, frutto di un mondo del vino coeso, finalmente convinto dei propri mezzi e non più impegnato in guerre locali che poco hanno a che fare con la possibilità di contribuire al progresso del settore.

Per la Fivi il problema principale della coesione e visione comune risiede nell’attuale impianto nazionale di governance dei Consorzi, dove il potere è in mano a pochi grandi gruppi e le decisioni conseguono solo ai quintali di uva, agli ettolitri e al numero di bottiglie, senza criteri di contemperamento che diano anche alle singole teste e alle braccia il ruolo che meritano. 

Nessuno di coloro che assumono su di sé i rischi dell’impresa dalla terra al mercato, rinunciando giocoforza al gigantismo degli impianti e delle produzioni, si sente così adeguatamente valutato. 

La proposta della Fivi di riforma sulla rappresentatività nei Consorzi

La vicenda di Piemonte Land of Wine è solo l’ultimo degli innumerevoli esempi di questo nodo, sempre più grosso, che è ormai al pettine della politica, come ha certificato l’intervento del sottosegretario Centinaio all’assemblea nazionale Fivi del 28 novembre a Piacenza.

Fivi ha proposto già oltre tre anni fa all’allora ministro Centinaio una soluzione equilibrata e soprattutto sperimentata: criteri di votazione che mantengano un ruolo all’entità delle produzioni, ma richiedano altresì una componente democratica basata sulle teste delle imprese. 

Questo per due ragioni: perché il favore costituzionale per la cooperazione non può tradursi in una delega permanente di associati che non prendono parte alla vita dei Consorzi e spesso nemmeno a quella delle stesse cooperative, consentendo a pochissimi di decidere per tanti e addirittura per intere denominazioni. 

In secondo luogo, perché la stessa Unione Europea funziona così, richiedendo sempre, per le decisioni, una doppia maggioranza: quella basata sul numero di abitanti (che favorisce i grandi Paesi) e quella basata sul numero dei Paesi Membri (che evidentemente assicura un ruolo anche agli Stati di dimensioni più ridotte).

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