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Un nuovo vino: perché non aver paura dei vitigni resistenti

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Un nuovo approccio al vino. Un aggiornamento, si potrebbe dire. Per poter procedere al passo con le scoperte e le sperimentazioni dell’oggi. È quello che domanda innanzitutto il mondo della cooperazione vitivinicola. Un universo che da una parte osserva sempre più il futuro con la lente d’ingrandimento della sostenibilità, dall’altra non ha timore a fare proprie nuove vie, che passano per i cammini dei vitigni resistenti e di quelle tecnologie in grado di garantire alle aziende uno sviluppo in termini di competitività e di produttività.

Ma quali sono i nuovi orizzonti del vino? Ne hanno discusso con esperti e politici i rappresentati di Alleanza Cooperative. Questo quanto ne è scaturito.

Il “nuovo” vino secondo il mondo delle Cooperative: le sfide

“Nuovi modelli di viticoltura alla luce delle moderne tecnologie genetiche e delle politiche europee”: questo il titolo del confronto organizzato ieri da Alleanza Cooperative Agroalimentari.

La cooperazione vitivinicola è convinta che la strada del futuro sia quella della sostenibilità, del rispetto dell’ambiente e della salubrità dei prodotti: servono tuttavia soluzioni che possano rafforzare questo approccio, anche per meglio aderire al nuovo quadro politico definito dalla Pac post-2023 e dalla strategia Farm to Fork”, ha sottolineato il coordinatore del settore Vino di Alleanza Cooperative Agroalimentari, Luca Rigotti, nel suo intervento.

“In questo contesto, le varietà resistenti o tolleranti, e in futuro le moderne tecnologie, potranno potenzialmente contribuire a mantenere e migliorare i livelli di competitività e di produttività, nonché a raggiungere gli ambiziosi obiettivi fissati al 2030”. 

“Occorre quindi un approccio nuovo che dovrà passare, nel più breve tempo possibile, dall’adeguamento del sistema normativo, dalla ricerca e dalla sperimentazione di campo”.

Queste le questioni in gioco, cui scienza, aziende e politica sono chiamate a offrire una risposta. 

“Si crei una cultura dei vitigni resistenti: il lavoro della ricerca è importante, ma lo è anche quello della comunicazione”. (Attilio Scienza)
“Si crei una cultura dei vitigni resistenti: il lavoro della ricerca è importante, ma lo è anche quello della comunicazione”. (Attilio Scienza)

La risposta della politica: no agli Ogm, sì alle Tecnologie di evoluzione assistita

“Siamo tutti d’accordo sull’obiettivo di ridurre la chimica, ma dobbiamo al contempo fornire agli agricoltori strumenti concreti per combatterli”, ha evidenziato l’onorevole Paolo De Castro. “Uno straordinario supporto può venire proprio dalla nuova regolamentazione comunitaria sulle tecnologie di miglioramento genetico, che si limitano ad accelerare ciò che in natura può avvenire senza l’intervento dell’uomo”. 

De Castro ha quindi ribadito “la netta e totale differenza con gli Ogm, che sono invece attualmente vietati da 17 stati membri”. A tal proposito, l’europarlamentare ha aggiunto:

Va sgombrato il campo da ogni ambiguità: anche un recente studio della Commissione ha precisato la differenza tra vecchi Ogm e le Tea, le nuove tecnologie di miglioramento genetico, non ci resta che auspicare che la Commissione chiarisca definitivamente sul piano giuridico i percorsi autorizzativi delle nuove varietà. La tempistica è in mano alla Commissione, ma il Parlamento farà in modo di accelerare, speriamo entro l’anno”.

Italia capofila del “nuovo” vino: cosa sta cambiando

Parola, allora, agli esperti. Anche il direttore di Crea, Stefano Vaccari, ha precisato come “la ricerca sia in grado di utilizzare il genoma editing, ma ad oggi la legislazione, che è la stessa degli Ogm, rende impossibile fare ricerca in campo, dal momento che ci vogliono due anni di burocrazia per gli adempimenti”. 

Poi, ha aggiunto: “L’Italia non deve aspettare l’Europa, possiamo e dobbiamo muoverci subito come paese, cercando di dare ridurre a massimo due mesi i tempi di autorizzazione per la sperimentazione”. Per questo, Crea ha sostenuto la proposta di legge presentata lo scorso dicembre insieme al presidente della Commissione Agricoltura della Camera dei deputati, Filippo Gallinella, di modifica al decreto legislativo 8 luglio 2003, n. 224 che, se approvato, “ci consentirà di guadagnare almeno tre anni di tempo, con indubbi riflessi in termini di competitività, in attesa che l’Ue provveda poi a legiferare sull’immissione in commercio dei Tea”.

I vitigni resistenti e il futuro dei vini, anche Dop

A supporto anche le parole di altri eminenti personalità del campo scientifico. A iniziare dal presidente del Comitato vini Dop e Igp, Attilio Scienza, che ha ribadito come “l’ostilità nei confronti dei vitigni resistenti alle malattie è un retaggio antico, ma ora le cose sono cambiate e i vini ottenuti da queste varietà ha una composizione molto simile a quelli tradizionali”. 

I vitigni resistenti attualmente ammessi alla coltivazione sono moltissimi, con una maggiore concentrazione al Nord. “In altri paesi europei il sistema è molto più semplice”, ha spiegato Scienza. “La Francia, ad esempio, ha iscritto i suoi vitigni senza alcuna limitazione d’uso e questi possono essere utilizzati tranquillamente per produrre vini Dop, con l’obiettivo di valorizzare la produzione di vino a basso impatto ambientale, con una resistenza duratura alle malattie che consenta di ridurre i trattamenti fitosanitari”.

Il professore ha inoltre evidenziato la necessità che “si crei una cultura dei vitigni resistenti: il lavoro della ricerca è importante, ma lo è anche quello della comunicazione”.

Anche Michele Morgante, direttore dell’Istituto di Genomica Applicata dell’Università di Udine, ha evidenziato il problema normativo che al momento equipara ancora le nuove tecniche ai vecchi Ogm, “pur essendo dal punto di vista dei rischi per l’ambiente e per l’uomo estremamente diverse e molto più simili a quelle del miglioramento tradizionale”. 

A riguardo, il percorso che dovrebbe portare alla revisione dell’attuale normativa “si spera possa andare nella direzione di utilizzare la logica e non l’ideologia, per consentirci di poter avere un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente e più sostenibile, anche economicamente”. Anche il professor Morgante ha sottolineato l’importanza di “riuscire a convincere i consumatori, raccontando le cose in maniera diversa e spiegando che siamo all’inizio di una rivoluzione in agricoltura, che ci renderà possibile combinare produttività e sostenibilità, abbracciando le innovazioni”.

A chiusura di dibattito, il direttore del Centro ricerca innovazione della Fondazione E. Mach, Mario Pezzotti. ha illustrato il lavoro che proprio l’ente da lui guidato sta portando avanti in tema di miglioramento genetico, evidenziando come “i processi di miglioramento genetico necessitino di tempi tecnici, dai primi incroci fino alle successive selezioni, che possono arrivare fino a 10-15 anni e che vanno poi accompagnati da una forte mole di investimenti di risorse umane, nonché dei campi e delle serre sperimentali necessarie ad ospitare i programmi di selezione”.

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