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Masseria Altemura  e il “rinascimento” del vino di Puglia

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In Puglia, a metà strada tra il Mar Ionio e il Mar Adriatico, nell’Agro del territorio di Torre Santa Susanna e di Oria, in Salento, sorge Masseria Altemura. Sono oltre 270 gli ettari totali della tenuta, parte del Gruppo Zonin1821 dal 2000, di cui 130 a vigneto e 40 a oliveto. Una scelta, quella della famiglia veneta del vino oltre 20 anni fa d’investire sulla rinascita della vitivinicoltura pugliese, indirizzata su un territorio davvero unico: merito dei suoli che lo caratterizzano, con la pietra bianca affiorante in superficie che fa da specchio ai raggi del sole e contribuisce alla maturazione delle uve, ma anche di una collocazione che permette alle coltivazioni di beneficiare sia delle correnti ventose in arrivo dallo Ionio sia della salinità tipica dell’Adriatico. All’interno della zona di produzione della Doc Primitivo di Manduria, Masseria Altemura è guidata da 18 anni da Antonio Cavallo, classe 1972 e nativo di Grottaglie, in provincia di Taranto, distante solo pochi chilometri dalla tenuta. Dopo essersi laureato in Scienze Agrarie a Bologna e le prime esperienza professionali in Emilia-Romagna, a novembre 2004 il ritorno in Puglia, con l’ingresso nello staff tecnico del Gruppo Zonin1821. Da lui ci siamo fatti raccontare cosa rende unici i vini di Masseria Altemura, ma soprattutto qual è il futuro della Puglia del vino.

Il ritorno in Puglia di Antonio Cavallo a Masseria Altemura

È ormai da 18 anni che Antonio Cavallo dirige Masseria Altemura, occupandosi sia della parte viticola sia di quella enologica. “Proprio questo novembre sono diventato maggiorenne nella mia esperienza in Masseria Altemura”, racconta a WineCouture. “In questi 18 anni ho portato qui in Puglia tutta la mia voglia di lavorare in ambito agricolo e, più specificatamente, nel mondo del vino: un retaggio di famiglia, questo che mi porto dietro, ma cresciuto anche nei tanti incontri fatti nella mia esperienza in Emilia-Romagna, dove molto ho imparato. Tanto che qui, c’è chi oggi – scherzando – mi dice che sono “svizzero” per come gestisco la tenuta”.

Questo e molto altro è quanto ha fatto su nel corso degli anni. “È importante essere precisi”, prosegue, “perché significa anche dimostrare l’attaccamento a un’azienda che mi ha dato moltissimo: in primis, mi ha consentito, dopo tanti anni, di ritornare a lavorare nella mia terra. Poi, quella di cui faccio parte è una realtà che, quando sono arrivato 18 anni fa, era ancora tutta in costruzione: dunque, l’ho vista svilupparsi e ho contribuito in prima persona da protagonista a farla crescere”.

“Dalle vigne alla cantina, ricostruita ex novo nel 2012, è stata una straordinaria avventura, che oggi racconta perfettamente il carattere di una terra unica”.

Quel che rende speciale Masseria Altemura

È una visione ben precisa quella di Antonio Cavallo sul vino pugliese. E che parte proprio da Masseria Altemura. “Far sì che la tenuta esprima al massimo le potenzialità dell’enologia pugliese, con una filosofia di produzione basata sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni e sul controllo dell’intera filiera del vino: dagli splendidi vigneti fino alla bottiglia”, questa la sua visione. “Produzioni realmente di qualità che devono esprimere forza ed eleganza esattamente come una sorta d’imprinting del territorio del Salento”.

Ma per trasformarla il sogno in realtà era necessario qualcosa di davvero unico, proprio come la zona in cui Masseria Altemura è situata, che con le sue peculiarità ha convinto una realtà come il Gruppo Zonin1821 a investire in Puglia.

“Il terreno qui è molto particolare”, spiega Cavallo.

“Sulla gran parte dei 130 ettari a vigneto dell’azienda, si tratta di roccia bianca calcarea, calcarenite di Altamura, su cui prima dell’arrivo della famiglia Zonin in pochi avevano pensato di poter investire per produrre grandi vini”.

“Parliamo, infatti, di un’area e di suoli impegnativi da lavorare, che in Puglia sono da sempre ricercati per coltivarci uva da tavola. Ma tutta la fatica che implica questa scelta nel fare vino è ampiamente ripagata dalla grande mineralità e freschezza che non potremmo ritrovare altrove”.

Il perché di questo è ancora il direttore di Masseria Altemura a spiegarlo:

“La pietra, infatti, rimane fresca anche ad agosto e le radici, scavando in profondità, restano protette dal caldo, donando un carattere estremamente moderno ai nostri vini bianchi o a un’icona come Zinzula, il nostro rosato da uve Negroamaro. È una fragranza e una finezza davvero unica se rapportata al tradizionale carattere delle produzioni di questa zona d’Italia”.

E quello della proposta enoica della realtà pugliese parte del Gruppo Zonin1821 è realmente un mosaico capace di regalare espressioni identitarie di un terroir altamente vocato.

Sasseo, il Primitivo “che nel calice scompare”

Tra i vini che più di altri racconta l’unicità di Masseria Altemura, ad avviso del suo artefice, c’è Sasseo. “È il nostro Primitivo Salento Igt, che molto ricalca questo carattere di cui si parlava”, sottolinea Cavallo. “Fin dall’inizio, infatti, lo abbiamo visto come vino in grado d’interpretare il territorio. In questo caso, non è una costruzione che gioca sulla dolcezza e la struttura accentuata la nostra visione di Primitivo. Non ricerchiamo i sentori di amarena e frutta passita della tradizione, che invece abbiamo riservato per un’altra etichetta”.

“Lo stile di Sasseo è inconfondibile: sfruttiamo la particolare conformazione del terreno e il clima più temperato che contraddistingue questa zona, per dare forma a un Primitivo che sia perfetta combinazione di freschezza, spiccata acidità e morbidezza”. 

Un vino “che nel calice scompare”, come spesso si sente dire il direttore di Masseria Altemura da quei ristoratori che lo hanno inserito alla mescita nei loro locali. “Ma questa magia è figlia del microclima e del suolo che contraddistinguono Masseria Altemura”, ribadisce Cavallo.

Il ritorno in Puglia di Antonio Cavallo: dall’Aglianico al Primitivo, quali annate non bisogna perdere del vino di Masseria Altemura.

Il “rinascimento” del vino pugliese raccontato da uno dei suoi protagonisti

Antonio Cavallo, negli ultimi due decenni, ha vissuto in prima persona quello che è stato un vero e proprio “rinascimento” del vino pugliese. Ma come giudica sia cambiata l’immagine della produzione enoica del tacco d’Italia negli ultimi 20 anni? “La parola giusta è proprio quella: è un vero rinascimento del vino quello a cui abbiamo assistito qui in Puglia negli ultimi 20 anni e più”, risponde. “Merito di quegli imprenditori che qui hanno scommesso, puntando sulla qualità: tanto famiglie provenienti da fuori regioni, quanto del territorio. In poco tempo si è assistito a un vero exploit che ha fatto crescere il numero di aziende che hanno scelto la via capace di offrire un valore aggiunto sempre maggiore a uve e vini. A questo si è poi affiancata anche la crescita sotto il profilo tecnico. E oggi, questa apertura di orizzonti, ha fatto sì che non sia più inusuale vedere professionisti giungere in Puglia per nuovi progetti: tanti anni fa, la direzione che si prendeva conduceva esclusivamente a nord, non certo verso queste terre. La percezione e le prospettive sono cambiate davvero tanto”.

Il ritorno in Puglia di Antonio Cavallo: dall’Aglianico al Primitivo, quali annate non bisogna perdere del vino di Masseria Altemura.

Sotto questo punto di vista, quanto il boom dei Rosé ha favorito la svolta? “Molto, iniziando dall’imporsi proprio dei Rosé come trend principe del consumo estivo”, giudica il direttore di Masseria Altemura.

“Negli ultimi anni, la Puglia del vino ha assistito a una grande crescita sui vini rossi, come Primitivo e Negroamaro. Ma se guardiamo al Salento, col trend dei rosati la nostra Regione ha saputo fare suo l’exploit nato in Francia”. 

Tanto che oggi il tacco d’Italia è riconosciuto tra i grandi territori del mondo quando si parla di espressioni enoiche in rosa. “In Puglia, abbiamo avuto 10 anni fa la lungimiranza di dare inizio a una produzione di Rosé che si caratterizzavano per il loro colore scarico, che però molto richiama le icone provenzali con il loro carattere fresco e profumato. E stessa visione ha condotto a scelte come quella di dedicare vigne appositamente alla creazione di vini rosati, in cui ogni dettaglio è curato per la realizzazione di questa tipologia. C’è una specializzazione che nel tempo ha pagato e di cui oggi vediamo i benefici”.

A tal proposito, Masseria Altemura porta a paradigma l’esempio di un gioiello come Zìnzula. “Una scelta fortunata davvero in tutto e fin da principio. Non solo, infatti, parliamo di un Rosé che nasce per essere tale dalla vigna fino in bottiglia. Ma si presenta anche con un’immagine realmente internazionale, che racconta degli orizzonti del Gruppo Zonin1821 e di una vocazione abituata a guardare al mondo. Si è trattata di una scommessa, indubbiamente, ma che abbiamo vinto: siamo stati ripagati nella scelta innovativa fatta e anche dell’audacia dimostrata”.

Il ritorno in Puglia di Antonio Cavallo: dall’Aglianico al Primitivo, quali annate non bisogna perdere del vino di Masseria Altemura.

Ma tra i vini della tenuta, qual è quello che Antonio Cavallo ha più nel cuore? “Il vino che amo di più tra quelli di Masseria Altemura è senza dubbio l’Aglianico. Il Petravia è diventata la mia etichetta del cuore in questi 18 anni in azienda. Un rosso di grande concentrazione che trova nei terreni di Masseria Altemura quel terreno di cui ha bisogno per esprimersi in tutta la sua potenza e complessità aromatica”.

E per il 2023 ci sono novità che attendono di fare capolino? “C’è sempre qualche prova che aspetta in cantina di svelarsi”, risponde Cavallo. “Ma quello che oggi stiamo sperimentando è ancora molto lontano dall’arrivare in bottiglia”. 

Un orizzonte che guarda al mondo: l’esperienza nel Gruppo Zonin1821

Parlare di Masseria Altemura significa allargare la visuale, per comprendere cosa voglia dire essere parte di una realtà più “grande”, com’è il Gruppo Zonin1821. Un progetto enoico che ha un orizzonte mondiale e che per chi è chiamato a dirigere una realtà come la tenuta pugliese ha implicazioni quotidiane molto concrete. “L’essere parte di qualcosa di più grande come il Gruppo Zonin1821”, spiega Cavallo, “significa innanzitutto un grande risparmio di tempo. Nel senso che puoi fare affidamento su davvero un numero imponente di persone cui poter chiedere una mano o un consiglio”.

“In questi anni, sono davvero tanti gli step che ho potuto saltare nelle scelte che si ponevano innanzi, a livello agricolo e gestionale, potendo raccogliere dati e opinioni da chi già era passato per quella strada all’interno del Gruppo”.

“Si tratta di un confronto diretto che offre un vantaggio enorme e consente di adattare ogni soluzione alle proprie esigenze, inserendo nel contesto in cui si opera ogni feedback”.

All’interno di questo contesto professionale, c’è anche un vino che il direttore di Masseria Altemura “farebbe suo” senza indugi. “Un vino che mi piace molto, da sempre, del Gruppo Zonin1821 è il Refosco di Ca’ Bolani. Ogni volta che lo riassaggio resto piacevolmente stupito e ne ho sempre una scorta a casa”. 

Volendo svelare qualcosa di più personale, invece, cosa piace bere ad Antonio Cavallo? “I miei gusti possono sorprendere”, replica, “perché vanno un po’ controcorrente rispetto a quello che tradizionalmente si è abituati a vedere espresso in Puglia. A me appassionano i vini trentini e, più in generale, tutti quelli che si connotano per la spiccata acidità e freschezza. All’estero, amo le diverse espressioni di Bordeaux”. 

Sono orizzonti ampi, quelli del direttore di Masseria Altemura. Visioni che aiutano a guardare anche oltre il vino. A iniziare dall’hospitality, che all’interno del progetto della tenuta pugliese sta sempre più diventando un fattore. “La nostra azienda è sempre stata aperta, ma la visione sull’ospitalità è molto cambiata dopo la pandemia”, spiega. “Dallo scorso anno, abbiamo un rinnovato approccio in tema. E sono stati davvero molti gli eventi e gli appuntamenti che hanno costellato gli ultimi 12 mesi qui in cantina”.

“Nel futuro, vedo sempre più l’enoturismo e la costruzione di un rapporto diretto con l’appassionato come la modalità per farsi conoscere e far toccare con mano come si opera nel quotidiano. E lo dico innanzitutto per il pubblico straniero, che sempre più ha scelto la Puglia quale destinazione turistica. Come operatori del mondo del vino, dobbiamo intercettare questo flusso, per ampliare sempre più i nostri orizzonti”.

Dall’Aglianico al Primitivo: quali annate non bisogna perdere dei vini di Masseria Altemura

Il nostro viaggio alla scoperta di Masseria Altemura si conclude ritornando ai suoi vini. Quale il primo giudizio sull’annata 2022? “Occorre innanzitutto segnalare che il 2022 non è andato male, così come si era temuto inizialmente, date le condizioni estreme che hanno caratterizzato l’annata”, commenta Cavallo. “A un’estate calda hanno fatto da contraltare notti dalle temperature non così alte, come invece era stato nel 2007 o nel 2012. E così, oggi siamo fiduciosi sull’esito in cantina, con l’annata 2022 che si annuncia buona”. Ma questo è tutt’altro che frutto del caso. Merito, infatti, delle scelte compiute dalla realtà pugliese in questi anni “A noi, è venuta in aiuto la tecnologia, grazie al progetto che portiamo avanti da anni in tema d’irrigazione a goccia di precisione, ricerca che oggi ci permette d’intervenire avendo ridotto di oltre il 30% quello che è stato il consumo d’acqua nel tempo. E da primavera implementeremo lo studio con mappe di vigore e droni, così da sfruttare al meglio tutti quelli strumenti che l’innovazione ci concede per operare al meglio, fino ad arrivare a un impianto parcellare”.

Il ritorno in Puglia di Antonio Cavallo: dall’Aglianico al Primitivo, quali annate non bisogna perdere del vino di Masseria Altemura.

E se dovesse scommettere, tra le ultime, su quali annate dei suoi vini non perdere? Cavallo non ha dubbi:

“Su quelle che sono le annate più recenti, io resto ogni volta piacevolmente sorpreso dalla 2013, soprattutto se si parla di Aglianico. La 2020, invece, è stata ottima per Primitivo e Negroamaro. E anche la 2017 può riservare sorprese piacevoli”.

“Poi, dipende dal gusto di ognuno. Per chi ama espressioni più morbide di Primitivo, meglio ricercare annate più calde: come la 2012, 2017, 2020 o 2021. Mentre chi preferisce un Aglianico dall’acidità più marcata, meglio guardare a un’annata fredda, come la 2013”. A ognuno la propria scelta, ma il risultato finale è poi scontato: si parla sempre di vino “che nel calice scompare”.

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