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No e Low Alcol in Usa: l’Eldorado del vino che l’Italia si fa sfuggire

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Un tempo c’era il paradosso francese, che ipotizzava nel consumo di Bordeaux un fattore positivo nella salvaguardia dalle malattie cardiache, oggi si può parlare tranquillamente di paradosso italiano: ma con la salute non c’entra. Si parla piuttosto di mercato e di uno sbocco decisivo per le produzioni tricolori: gli Stati Uniti. A evidenziarlo è una recente indagine firmata dall’Osservatorio di Unione Italiana Vini (Uiv), che mostra come l’Italia del vino si stia facendo sfilare un ruolo da vero protagonista in una fetta importante del business Usa: quello legato alle etichette No e Low Alcol. Ma il paradosso è proprio quello che sono italiani i prodotti che meglio performano in questo segmento Oltreoceano e che raggiungono prezzi medi anche superiori alle referenze tradizionali. Un vero Eldorado, in tempi di grandi rivolgimenti e crisi, che meriterebbe maggiore attenzione, come dimostrano i numeri. Per i consumatori americani, le produzioni low alcol rappresentano il 28% degli acquisti totali di prodotti vitivinicoli italiani negli Stati Uniti, battendo anche Prosecco, Chianti, Pinot Grigio o Valpolicella. Con il paradosso tutto tricolore che nella stragrande maggioranza dei casi, questa fetta di mercato è appannaggio di aziende a stelle e strisce, che presidiano l’80% del valore delle vendite e che importano dal Belpaese il prodotto finito ed etichettato e lo rivendono sul mercato statunitense. Il motivo dietro a tutto questo: una legislazione in Italia in ritardo di due anni nel normare e dare il via libera a un business, in primis del vino dealcolato, che l’Europa ha già autorizzato da tempo.

Quanto vale il mercato No e Low Alcol in Usa e il paradosso italiano

Negli Usa il mercato dei prodotti low alcol vale oggi 651 milioni di dollari di fatturato nella Grande distribuzione e nei retail americani. Si fa riferimento a “rossi, bianchi, spumanti, prodotti aromatizzati” tricolori classificati da NielsenIQ come vini poco alcolici, in gran parte a fermentazione parziale oppure dealcolati.

Bottiglie, ma anche lattine, da 7% Vol. in giù, quasi totalmente sconosciute nel Belpaese, ma sempre più presenti tra gli scaffali americani. Vini italiani o prodotti a base vinicola venduti a un prezzo medio allo scaffale di quasi 16 dollari al litro: più del doppio rispetto alle omologhe bottiglie statunitensi (7 dollari) e addirittura il 5% in più al confronto con la media dei vini tricolori tradizionali.

Quanto vale il mercato No e Low Alcol in Usa e il paradosso italiano: la nicchia Italia del vino dealcolato, un affare made in Usa.

Ma come anticipato all’inizio: c’è di più. Un vero e proprio paradosso, come rilevano le elaborazioni dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini (Uiv) su base NielsenIQ: se è vero che il vigneto è italiano, il business è nella stragrande maggioranza dei casi appannaggio di aziende a stelle e strisce (80% del valore delle vendite), che importano dal Belpaese il prodotto finito ed etichettato e lo rivendono sul mercato statunitense. 

Una produzione made in Italy per un affare made in Usa, con le cantine e le imprese italiane perlopiù relegate alla produzione e all’imbottigliamento. 

Un paradosso per la superpotenza enologica e per l’Italian style, che tira anche su una categoria, quella “low”, relativamente giovane e – fatto salvo l’ultimo anno – protagonista di una cavalcata che, grazie al cambio di gusti tra le varie generazioni ed etnie del Paese, li ha portati a essere una scelta non più secondaria rispetto alla referenza “classica”. 

Il caso del vino dealcolato: una nicchia pronta ad esplodere

Guardando, poi, al mondo no alcol, la frattura si allarga, rendendosi ancora più evidente. È un segmento che, nonostante sia partito da numeri bassi, nel giro di due anni ha raddoppiato le vendite negli Usa, attestate oggi – secondo l’Osservatorio Uiv – a 62 milioni di dollari.

I dealcolati italiani sugli scaffali statunitensi sono pochi, con le vendite ad ammontare ad appena 4,5 milioni di dollari (+39% sul 2022) con un prezzo medio di 14 dollari al litro. Una quota residuale della presenza italiana (il 7% del totale), che diventa minuscola se si considera che il 90% delle vendite è imputabile a una sola azienda, per giunta americana, che acquista in Italia i prodotti finiti e li commercializza con marchio proprio. 

In pratica il segmento no alcol direttamente gestito da imprese tricolori vale negli Usa meno di 500 mila dollari. Un contoterzismo del made in Italy enologico sulla falsariga dello scenario evidenziato per i low alcol, reso ancora più evidente dalla impossibilità per l’impresa Italia del vino di accedere a un business, quello dei dealcolati, bloccato dalle leggi vigenti nel Belpaese, ma non in Europa. 

Quanto vale il mercato No e Low Alcol in Usa e il paradosso italiano: la nicchia Italia del vino dealcolato, un affare made in Usa.

Negli Usa, oltre ai marchi americani, sono già venduti vini a zero gradi totalmente dealcolati prodotti da aziende spagnole, tedesche e francesi, che traggono beneficio da una regolamentazione in linea con quella europea.

Proprio il segmento dei vini dealcolati sembra quello più interessante in ottica di medio termine, in grado di poter intercettare le tendenze salutistiche in atto nel Paese, sempre più orientato a ridurre l’assunzione non solo di alcol ma anche di zuccheri. Una categoria, quella dei Nolo (low e no alcol), da molte imprese considerata a maggior potenziale di crescita qualitativa.

Il low alcol italiano negli Usa, rappresentato sia da prodotti aromatizzati a base di vino sia da vini veri e propri, vale 651 milioni di dollari, quasi il 70% del totale della categoria (da 7% a 2% Vol.), che nel complesso nel 2023 ha raggiunto i 943 milioni di dollari e quasi 110 milioni di bottiglie vendute. L’origine italiana, regina del mercato, è rintracciabile – tra i fermi – soprattutto nei rossi (39%, a 254 milioni di dollari), seguiti dal Moscato (103 milioni) e dai rosati (23 milioni).

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