Il sistema vinicolo italiano entra in una fase di ridefinizione in cui dimensione aziendale, posizionamento e portfolio prodotti diventano variabili determinanti per la tenuta competitiva. L’indagine Mediobanca 2026 sul settore, condotta su 255 principali società di capitali con oltre 12 miliardi di euro di ricavi aggregati, restituisce una fotografia precisa: il vino italiano resta un comparto solido, ma sempre più selettivo, in cui i top player consolidano il proprio ruolo in un contesto di mercato complesso.
Cantine Riunite & Civ – Giv, Argea e Italian Wine Brands: chi sono i top player del vino italiano
Nel 2025 la leadership del vino italiano resta saldamente nelle mani del gruppo Cantine Riunite & Civ – Giv, che si conferma primo per fatturato con 635,1 milioni di euro, nonostante una flessione del 4,6% rispetto all’anno precedente. Il dato non indebolisce il primato, ma evidenzia come anche i grandi gruppi siano esposti alla contrazione della domanda.
Alle sue spalle si consolida Argea, secondo player nazionale con 462,9 milioni di euro, che mostra una sostanziale stabilità con un calo contenuto dello 0,3%. La distanza tra i due gruppi resta significativa, ma la tenuta di Argea suggerisce un modello più resiliente in un contesto incerto.
Al terzo posto si posiziona Italian Wine Brands con 395,9 milioni di euro e una contrazione dell’1,5%, confermando un posizionamento competitivo solido ma sottoposto alla stessa pressione sistemica che coinvolge l’intero settore.

Tra i grandi gruppi e le cooperative: performance differenziate
Il quadro delle grandi aziende sopra i 300 milioni di fatturato si completa con Caviro, che registra 351,3 milioni di euro e una flessione più marcata, pari all’8,8%. Il dato segnala come anche le realtà cooperative, nonostante la loro capacità di aggregazione, siano esposte alla volatilità del mercato.
La fascia intermedia tra 200 e 300 milioni restituisce un panorama molto articolato. Antinori, con 259,7 milioni di euro, registra una contrazione contenuta dello 0,7%, mostrando una stabilità legata al posizionamento premium. Herita Marzotto Wine Estates segue con 246,7 milioni e un calo dello 0,6%, mentre Cavit scende a 242,8 milioni con una flessione del 4,1%.
In questo cluster emergono dinamiche differenziate: La Marca, specializzata negli spumanti, si attesta a 234,7 milioni con una contrazione del 6,5%, mentre Terre Cevico cresce del 3,4% raggiungendo 213,2 milioni. Anche Mezzacorona mostra un segno positivo, seppur marginale, con un aumento dello 0,3% a 213 milioni, così come Mack & Schühle che segna un +0,1% a 205,7 milioni. Più marcata invece la flessione del Gruppo Collis, che si ferma a 202,7 milioni con un -7,6%.
Queste variazioni raccontano un settore in cui non esiste una risposta unica alla crisi, ma strategie e posizionamenti che determinano esiti molto diversi.
Export come leva strategica per i top player del vino italiano
Tra i top player emerge con chiarezza il ruolo strategico dell’export, in molti casi determinante per la sostenibilità del modello di business. Alcune aziende presentano quote di esportazione estremamente elevate, come Fantini Group che raggiunge il 95,7% del fatturato estero, Argea che si attesta al 93,8% e realtà come Ruffino e Fratelli Castellani che superano il 90%.
Questa forte proiezione internazionale rappresenta una leva competitiva, ma allo stesso tempo espone le aziende ai rischi legati alla contrazione dei mercati esteri, in particolare negli Stati Uniti e nei Paesi dell’Unione Europea.
Spumanti, biologico e polarizzazione: i prodotti che guidano il mercato
Sul fronte dei prodotti, il 2025 evidenzia alcune tendenze chiare. I vini spumanti mostrano una maggiore capacità di tenuta rispetto ad altre categorie, con una contrazione limitata all’1,5% rispetto al -3,3% delle altre tipologie. Questo dato conferma la centralità delle bollicine come segmento dinamico e strategico per il vino italiano.
Il vino biologico raggiunge una quota di mercato del 6,2%, pur registrando un lieve calo delle vendite dello 0,8%, segnale di una crescita ormai stabilizzata. Ancora marginale il segmento dei vini No-Low alcol, che resta sotto lo 0,5%, indicando una penetrazione ancora limitata in Italia rispetto ad altri mercati.
Il dato più significativo riguarda però la distribuzione per fasce di prezzo. Il segmento intermedio è quello che soffre maggiormente, con un calo del 3,1%, mentre le fasce basic e premium mostrano una contrazione più contenuta rispettivamente del 2,7% e del 2,2%. Questa dinamica evidenzia una progressiva polarizzazione del mercato, in cui il valore si concentra agli estremi, lasciando più fragile la fascia centrale.
Geografia del valore del vino italiano
La dimensione territoriale rimane centrale nella comprensione del sistema vino italiano. Il Veneto si conferma la prima regione produttrice, con un quarto dei volumi nazionali e oltre il 35% del valore complessivo, oltre a guidare anche l’export con una quota superiore al 35%.
Segue a distanza l’Emilia-Romagna, con l’8,8% del valore e il 12,4% dei volumi, mentre il Piemonte rappresenta il 7,6% del valore con un’incidenza molto più contenuta sui volumi. La Puglia mostra invece uno squilibrio significativo tra quantità e valore, con il 15,2% dei volumi ma solo il 7,4% del valore totale.
Sul piano della redditività, le aziende toscane esprimono il margine operativo più elevato, mentre le realtà abruzzesi guidano la redditività del capitale con il miglior ROI. Anche il Veneto e il Piemonte mantengono buoni livelli di performance, confermando la relazione tra territorio, struttura produttiva e risultati economici.






























