Ma cosa c’entrano le noci con il vino? Molto più di quanto si potrebbe pensare. E no, non è una Masterclass dedicata al meraviglioso Nocino. Qui si va direttamente al cuore della noce e, insieme, al cuore di un territorio. Anzi, di un Comune che la parola Noce ce l’ha scritta dentro, nella sua toponomastica e nella sua storia: Nucetum, il nome di origine romana dal quale, attraversando i secoli, si arriva a Casalnoceto, “Porta del Piemonte”. Ecco allora come il racconto approfondito di una terra possa diventare anche una golosa occasione di degustazione con “CasalNOCEto – L’anima della noce”.
Domenica 20 settembre va in scena “CasalNOCEto – L’anima della noce”
Dalla tavola rotonda alla Masterclass, fino alla grande cena della sera, domenica 20 settembre la Porta del Piemonte si apre a un evento decisamente speciale: “CasalNOCEto – L’anima della noce”.
Un seme, prima ancora che un frutto, nelle mani della sindaca Silvia Figini, che su questa identità sta costruendo un progetto capace di tenere insieme cultura, agricoltura, cucina, vino, formazione, turismo e comunità. E che con questi “semi di buon vivere” lascia già intravedere un futuro della terra molto più ampio. Anzi, longevo.
Il nome, in questo caso, non è un’invenzione di marketing. Il toponimo “Nucetum” è documentato nella storia locale; fino al 1200 Casalis e Nucetum risultano nuclei distinti e dalla metà del XIII secolo emerge il riferimento alla denominazione attuale. Mettere graficamente in evidenza “noce” dentro CasalNOCEto significa quindi riportare in superficie una radice antica.
Un frutto piccolo, un discorso grande
Il 20 settembre alle 17.30, al Teatro Soms, “Dalla terra al piatto: la nobilitazione della noce alla Porta del Piemonte” prova ad allargare il tiro.
Approfondire ed evitare un evento celebrativo per rispondere invece ad una domanda concreta: come può una materia prima identitaria trasformarsi in cultura, filiera, economia, formazione e racconto di un territorio?
Da qui nasce una tavola rotonda – cuore di noce al cuore della noce – costruita volutamente mettendo intorno allo stesso tavolo competenze differenti.
Silvia Figini porta la visione istituzionale e quella di un Comune che prova a fare rete partendo dalle proprie radici, la sindaca di Casalnoceto ha trovato in questa frutta secca – che si raccoglie proprio in queste settimane, come una vendemmia – una lettura per sbobinare valori di un territorio che cerca identità non più solo di passaggio. Attilio Barbieri, giornalista e scrittore specializzato in agroalimentare, porta invece il tema della filiera, delle etichette, della tutela del consumatore e del valore reale delle produzioni: non a caso ha raccontato anche una pratica oggi quasi dimenticata, quella dell’olio di noci che per secoli è stato utilizzato sulle tavole di queste terre. Ed entrerà anche nel profondo della ricetta del posto, contaminata da confini sottili fra Liguria e Piemonte e Lombardia.
Poi i calici per brindare e concentrare bene tutti i sensi. Con Bruno Ferrari, Food & Wine Expert, docente Ais e ideatore de “Il mio 45º Parallelo del Vino”, il ragionamento si sposta proprio sulla geografia multisensoriale del gusto. Paralleli e non confini, non si divide ma si unisce, nei calici, una latitudine capace di mettere in relazione territori, vitigni e culture enologiche. Persino passioni. Sarà anche lui a guidare il percorso della Masterclass, dove il vino non deve semplicemente “stare bene” con un piatto, ma aggiungere un’altra chiave di lettura.
Matteo Pastorino, delegato di Alessandria dell’Accademia Italiana della Cucina, porta il tema dell’identità gastronomica e della sua conservazione senza trasformarla in qualcosa di immobile. Enrico Sartori, dirigente dell’Istituto Tecnico Agrario “Carlo Gallini” di Voghera, introduce un altro passaggio decisivo: la formazione. Perché parlare del futuro della terra senza coinvolgere chi forma i tecnici e gli agricoltori di domani avrebbe poco senso.
Nadia Toppino, giornalista e autrice enogastronomica, ideatrice di “Storie di Cibo”, aggiunge invece il valore del racconto: ricette, persone e luoghi diventano cultura proprio quando qualcuno sa riconoscerli e narrarli. Al confronto partecipano i produttori e Gaia Servidio, sommelier ed esperta di abbinamento cibo-vino, che entrerà nel vivo della parte sensoriale.
Cinque noci, cinque calici per “CasalNOCEto – L’anima della noce”
Poi si degusta. E la domanda iniziale – cosa c’entrano le noci con il vino? – troverà le risposte più divertenti.
La Masterclass mette uno accanto all’altro cinque prodotti e piccoli assaggi a tema noce. Cinque vini che non cercano l’abbinamento rassicurante. Anzi. Faranno lavorare gli esperti su consistenze, aromaticità, grassezza, freschezza, sapidità e persistenza, facendo incontrare piccoli assaggi golosi e vini nati proprio lungo quel confine geografico e culturale fra Piemonte e Lombardia che Casalnoceto interpreta così bene. Il percorso coinvolge Tenuta della Cascinassa di Pozzol Groppo, Cantine Colonna di Casalnoceto e il progetto “Il mio 45º Parallelo del Vino”.
Ad aprire le danze sarà anche un gioco cromatico con Ogg de Rosé, Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg Pinot Nero Rosé de “Il mio 45º Parallelo del Vino”: Pinot Nero in purezza, almeno 24 mesi di affinamento sui lieviti, un rosé giocato su freschezza e sapidità, con un corredo aromatico che dalla rosa e dalla viola arriva ai piccoli frutti rossi e all’arancia sanguinella. Un Metodo Classico che porta immediatamente nel racconto quella linea ideale del 45º parallelo scelta da Bruno Ferrari come chiave del suo progetto.
Il filo del rosato diventa testo e delicato, perché entra poi in gioco il Berenis di Tenuta della Cascinassa, rosato da Barbera. Una lettura decisamente gastronomica del vitigno: breve contatto con le bucce, fermentazione in acciaio e sei mesi sulle fecce fini. Nel calice arrivano piccoli frutti rossi, fiori chiari, agrumi e una vena minerale; il sorso è fresco, sapido, dinamico. Un rosato che nasce già con l’idea della tavola e per questo, nel gioco con la noce, promette interessanti sorprese.
E poi il Timorasso. Anzi, due Timorasso, perché in una degustazione alla “Porta del Piemonte” sarebbe stato quasi impossibile fare altrimenti. Siamo a un tiro dalle colline che stanno regalando grandi gioie a produttori timidi e per anni resilienti molto più di altri. Viva il Timorasso, dunque, in tutte le sue espressioni. Fogliata 2022 di Cantine Colonna porta nel calice il vitigno di casa, coltivato sulle colline di Casalnoceto: un plauso anche per riconoscimenti recenti e che contano. È un vino che lavora sulla struttura e sulla permanenza, con un affinamento prolungato sui lieviti: una lettura che permette di ragionare soprattutto sulla relazione fra materia, sapidità e componente grassa della noce. Cantine Colonna è una realtà familiare fortemente radicata nel paese, proprio a Casalnoceto, con tredici ettari destinati a vigneto e una produzione nella quale il Timorasso rappresenta uno dei punti identitari. Il suo Timorasso omaggia un luogo magico di questa terra, il piccolo prezioso santuario della Fogliata.
Il concerto-masterclass sold out prima di iniziare, promette un crescendo con il quarto assaggio. Ramblè 2023 di Tenuta della Cascinassa porta il Timorasso su un registro speciale. Dicevamo: interpretazioni di un territorio, delle radici, di un vitigno, di un vino. Il nome richiama in piemontese il camminare lento, senza fretta, e il vino sembra prendersi esattamente quel tempo: fermentazione iniziata in acciaio e proseguita in tonneaux di rovere francese da 500 litri, circa dodici mesi di affinamento con bâtonnage periodici. Nel calice è strutturato, ampio, sapido, con note di pesca gialla, sfumature balsamiche e vegetali e una complessità che accompagna bene la vocazione evolutiva del vitigno.

Il sogno finale si chiama Rever
Con un po’ di dolcezza, si chiude meglio. Il finale ha un nome quasi inevitabile: Rever. Da rêver, sognare. Tenuta della Cascinassa ha scelto di trasformare il Timorasso anche in passito. Sono gli unici a farlo, fino ad ora, almeno. Le uve vengono raccolte a piena maturazione e lasciate riposare per circa tre mesi sui graticci in fruttaia; seguono una lenta fermentazione, 12 mesi in rovere e ulteriore affinamento in bottiglia. Albicocca disidratata, miele di acacia, arancia candita, frutta secca, vaniglia e spezie accompagnano un sorso dolce ma sostenuto dalla naturale acidità e sapidità del Timorasso. Con la noce, qui, il dialogo diventa quasi inevitabilmente goloso.
“CasalNOCEto – L’anima della noce”: dalla masterclass alla grande cena
Alle 20.30 il racconto di “CasalNOCEto – L’anima della noce” lascia il tavolo degli approfondimenti e si allarga al pubblico con la cena-degustazione al Teatro Soms.
Ancora noce, naturalmente, e soprattutto Ajà, il Sugo di Noci della tradizione casalnocetese, attorno al quale si costruisce un percorso di cucina, territorio e calici.
La cena è aperta su prenotazione e porta nella dimensione conviviale ciò che nel pomeriggio è stato analizzato, raccontato e degustato. A CasalNOCEto si potrà partire da un frutto minuscolo senza trattarlo come un pretesto folkloristico e andare oltre. le porte del Piemonte. Anche del 45simo parallelo. Scavare nel nome del paese. Parlare di agricoltura, educazione, gastronomia, vino, economie locali e umanità golosa. Degustare. Sedersi a tavola. Ecco l’effetto che fa una noce quando cade sulla terra giusta, può essere semplicemente una noce. Oppure un seme. A Casalnoceto, domenica 20 settembre, proveranno a vedere quanto lontano sa andare.






























