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Journées Particulières di LVMH: viaggio nelle cantine di Moët & Chandon e Veuve Clicquot

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Immaginate di trovarvi di fronte al cappello di Napoleone, oppure di camminare nei corridoi sotterranei nella sede di Moët & Chandon laddove l’Imperatore francese si recava per rilassarsi, bere un sorso di champagne e dimorare nelle lussuose stanze della cantina insieme con i fondatori della storica Maison. E poi, fare qualche chilometro ed entrare nella villa a Reims (sempre in Champagne) dove ha dimorato – per davvero – Madame Cliquot e trovarvi di fronte al celebre dipinto che la ritrae con la sua pronipote prediletta Anne de Rochechouart-Mortemart di Léon Cogniet. Siete nel cuore di Veuve Clicquot Ponsardin, camminando nell’Hôtel du Marc, respirando la storicità di ogni tappeto, libro, tendaggio ispirato al celebre giallo; basta attraversare la strada, dalla porta sul retro, per entrare nella cantina e scoprire che sono stipati tutti i registri dal 1772, anno di fondazione della Maison.

Avete appena varcato la soglia di due macchine del tempo, che pongono tra passato e presente per vivere in prima persona questi grandi monumenti dell’artigianato di lusso. E la cosa più interessante è che si può fare: chiunque di voi. Si perché fino al 18 ottobre LVHM apre al pubblico, gratis, i luoghi dove nascono le sue creazioni. In Champagne significa scendere nelle cantine di Moët & Chandon e sedersi alla tavola di Veuve Clicquot. LVMH le chiama Les Journées Particulières. Le abbiamo visitate in anteprima.

E così a Fort Chabrol, sulle colline sopra Épernay, abbiamo visto le vigne arrivare fino al bordo dei viali. In mezzo ai filari corrono linee di alberi giovani, piantati di recente. “Siamo esattamente tra due foreste, quella di Épernay e quella della Montagne de Reims”, spiega la nostra guida. “Qui ha senso piantare alberi: siamo nel cuore di un corridoio ecologico”. Fort Chabrol, di norma, non si visita. Non è attrezzato per accogliere il pubblico e per questo apre solo in occasioni straordinarie. Una di queste sono proprio Les Journées Particulières. “È l’idea stessa delle Journées”, ci dicono: mostrare luoghi che esistono, ma che normalmente restano inaccessibili. “È la medesima idea per le cantine. Il pubblico lo riceviamo già, ma vogliamo mostrare parti che di solito sono chiuse”.

È questa testimonianza racchiude la chiave dell’iniziativa di LVMH. Non una visita guidata in più, ma una porta socchiusa sul retrobottega dello champagne: i laboratori dove si studiano le viti del futuro, la biblioteca delle annate più antiche, il salone dove la famiglia Werlé riceveva i clienti a cena. E, soprattutto, le persone che ci lavorano.

Tre giorni, 65 porte aperte: che cosa sono Les Journées Particulières

Les Journées Particulières sono nate nel 2011 con un’idea semplice e, per il mondo del lusso, quasi controintuitiva: aprire gratuitamente al pubblico i luoghi in cui le Maison del gruppo LVMH lavorano davvero. Non le boutique, o non solo, ma gli atelier, le manifatture, le cantine, gli archivi, le dimore storiche. Quei luoghi che di solito restano dietro una porta chiusa. La sesta edizione si tiene dal 16 al 18 ottobre 2026. Per tre giorni 46 Maison aprono 65 sedi in 11 Paesi, 43 delle quali in Francia. L’ultima edizione, nel 2022, aveva superato i 200.000 visitatori. Quest’anno il tema è “Alle Origini del Sogno”, declinato su tre parole: natura, cultura, artigianalità.

“Abbiamo voluto tornare alle origini stesse del sogno: i luoghi in cui le nostre Maison affondano le loro radici, i territori che le ispirano e coloro che le animano”, spiega Antoine Arnault, responsabile Immagine e Ambiente di LVMH. “Vogliamo offrire al pubblico molto più di una semplice visita”. I numeri raccontano la scala dell’operazione. Il Gruppo censisce 280 mestieri e oltre 320 “Virtuosi”, gli artigiani che custodiscono i saperi più rari. Sul fronte della natura, LVMH rivendica 4,3 milioni di ettari di habitat preservati o ripristinati e il 99,9% delle uve dei propri vigneti certificate per la viticoltura sostenibile. Le novità di questa edizione sono le aperture inedite e le visite serali, dopo il tramonto.

L’accesso è gratuito ma contingentato. “Funziona un po’ come la biglietteria di una Coppa del Mondo”, sintetizza Hélène Freyss, group communication director di LVMH. Le prenotazioni si sono aperte a settembre sul sito lvmh.com, in tre tornate, con le Maison suddivise in gruppi per reggere il traffico. Resta sempre possibile presentarsi senza prenotazione e mettersi in fila: i walk-in sono benvenuti. In Champagne la mappa è fitta. Moët & Chandon apre Fort Chabrol e le sue cantine storiche a Épernay. Veuve Clicquot apre il Manoir de Verzy, tra i vigneti della Montagne de Reims, e l’Hôtel du Marc a Reims. Ci sono anche Ruinart, con il vigneto di Taissy e le crayères, e Krug. Questo articolo segue le prime due.

Moët & Chandon: dalla vigna del futuro alla biblioteca delle annate

Moët & Chandon è nata nel 1743 e accoglie già circa 50.000 visitatori l’anno. Per le Journées Particulières, però, la Maison ha costruito un percorso diverso da quello abituale, in tre tappe: Fort Chabrol, l’Hôtel Moët e le cantine. Molti degli spazi saranno aperti al pubblico per la prima volta.

Fort Chabrol, dove la Champagne ha battuto la fillossera

Fort Chabrol fu creato nell’Ottocento da Raoul Chandon de Briailles. È il centro di ricerca e sviluppo della Maison ed è inserito nel sito UNESCO dei paesaggi della Champagne. “Qui sono state sviluppate le tecniche di coltivazione con cui tutta la regione ha superato la crisi della fillossera”, spiegano. Il parassita arrivò in Champagne nel 1888 e cambiò per sempre il modo di fare vigna.

La mostra racconta proprio questo, in tre sezioni: Legacy, Present e Future. Prima della fillossera le viti si piantavano “en foule”, alla rinfusa, senza filari, e con vitigni diversi da quelli di oggi. Le fotografie d’epoca e i plastici vengono dagli archivi della Maison. Poi c’è la vigna di oggi, ordinata in filari di Pinot Noir, Meunier e Chardonnay. Infine quella di domani: più alberi accanto ai ceppi, satelliti che misurano la salute di suolo e piante, vitigni più resistenti come il Voltis. “Non abbiamo condotto la vigna allo stesso modo nel passato e non la condurremo allo stesso modo in futuro”, dice la guida. “Dobbiamo adattarci alle malattie e al clima. E dobbiamo anticipare”. I tempi sono lunghi: una vite nuova impiega quattro anni a dare il primo raccolto, poi servono altri anni per valutarne il vino. “Quello che esploriamo oggi sarà per i nostri nipoti”.

Qui è nato nel 2021 anche Natura Nostra, il programma per la biodiversità della Maison. Il nome latino, ci raccontano sorridendo, si deve a un’ex amministratrice delegata spagnola innamorata dell’italiano. Per inaugurarlo furono piantati 1.743 alberi e rose, come l’anno di fondazione. Il programma ha tre assi:

  • Biodiversità. L’obiettivo è di 100 km di corridoi ecologici, fatti di alberi, siepi e prati. Ne sono già stati realizzati 85 in tutta la Champagne, 35 dei quali nelle tenute della Maison. Il resto con vignaioli, comuni e dipendenti.
  • Agricoltura rigenerativa. Le cover crop, coperture vegetali di senape o erba medica tra i filari, “come una coperta”, sono passate da 50 a circa 400 ettari. Ogni anno circa il 10% del vigneto viene lasciato a riposo per due anni, prima di essere ripiantato.
  • Essentia. È il conservatorio genetico della Maison. Dal 2019 i tecnici cercano nelle tenute le viti piantate prima del 1972, quando la selezione massale lasciava convivere molti “individui” diversi della stessa varietà. Ne hanno raccolti circa 1.800. Alcuni maturano più tardi, altri resistono meglio alle malattie: potrebbero servire con il clima che cambia.

Il lavoro in vigna è seguito con strumenti di precisione. Il Vitibot, un robot che lavora il suolo da solo tra i filari, alleggerisce la fatica degli operai. I sistemi di monitoraggio segnalano i primi segni di oidio o peronospora pianta per pianta. “È viticoltura haute couture”, sintetizzano. Il vigneto di proprietà, il più esteso della Champagne con oltre 1.300 ettari, è diviso in sei tenute, perché ogni terroir va trattato a modo suo. Metà degli ettari è classificata Grand Cru e un quarto Premier Cru.

C’è anche una responsabilità da leader. “Quando abbiamo cominciato a piantare alberi, altre Maison e cooperative hanno fatto lo stesso”, racconta la guida. “Con la nostra scala possiamo dedicare parcelle ai test. Il dovere di chi guida è condividere ciò che impara”. Moët condivide i dati del suo conservatorio con il Comité Champagne. La visita si chiude con due laboratori: uno sugli innesti, uno sulle rose. Le rose in testa ai filari sono le “sentinelle” della vigna, perché si ammalano per prime. Ogni visitatore pianterà una piccola rosa in un vaso personalizzato e la porterà a casa, “con un ricordo e una storia”. Nel 2022, all’ultima edizione, il laboratorio era la costruzione di nidi per uccelli.

L’Hôtel Moët e l’amicizia con Napoleone

La seconda tappa è l’Hôtel Moët, costruito nel 1793 da Jean-Rémy Moët, nipote del fondatore Claude. È la casa natale della Maison, e il pubblico entrerà da un ingresso diverso da quello dei visitatori abituali. Un libro d’epoca riassume i simboli di famiglia: la data del 1743 e il motto “Fais ce que dois, advienne que pourra”, fai ciò che devi, accada quel che accada. Nel salone sarà allestita una piccola mostra con oggetti che di solito restano nei caveaux del dipartimento Heritage. C’è il bicorno originale di Napoleone, dono dell’imperatore a Jean-Rémy Moët, e il libro contabile con gli ordini di Napoleone e dell’imperatrice Giuseppina. “Non sono mai stati esposti così”, ci spiegano. “Li tireremo fuori solo per questi giorni”.

Jean-Rémy Moët era sindaco di Épernay. Da sindaco accoglieva Napoleone quando passava diretto ai campi di battaglia, e così nacque un’amicizia. Napoleone e Giuseppina divennero clienti fedeli della Maison. Dal suo nome deriva il Brut Impérial, lanciato nel 1869 per il centenario della nascita dell’imperatore. In un’altra ala c’è Memories of Tomorrow, l’esposizione permanente inaugurata nel 2023 per i 280 anni della Maison. È firmata dallo studio parigino Baqué Molinié, ricamatori noti nel mondo della moda e dei Métiers d’Art. Le dodici opere sono fatte a mano e raccontano le tappe della Maison:

  • La Corona, omaggio ai legami con le corti europee e in particolare con la famiglia reale inglese: 800 ore di lavoro.
  • Il Ventaglio, dedicato a Madame de Pompadour, che dello champagne diceva che è l’unico vino che lascia una donna bella dopo averlo bevuto: 1.900 ore.
  • The First Shipment to US, con la Statua della Libertà, ricorda la prima spedizione negli Stati Uniti nei primi anni del Novecento. Oggi gli Usa sono il primo mercato della Maison.
  • Un omaggio al cinema, dai Golden Globe agli Oscar, e una gigantesca bolla di champagne ricamata.

Nelle cantine: la galleria che di solito resta chiusa

Sotto Épernay corrono 28 chilometri di cantine su tre livelli. La temperatura resta intorno ai 13 gradi, l’umidità è altissima e sulle bottiglie la condensa disegna una patina. Per le Journées Particulières circa metà delle cantine sarà accessibile, comprese gallerie che il pubblico non vede mai. La più preziosa è la Galerie du Grand Millésimé. Qui la Maison conserva le annate più antiche. “Di solito è chiusa al pubblico”, spiega la guida. “A volte la apriamo per i clienti più importanti o per un amico molto caro della casa. Sono occasioni uniche, non una cosa regolare”. Quando la porta si apre, anche per noi è un piccolo evento. È la più grande biblioteca di vini della Champagne, ci assicurano. Alcuni anni fa vi è stata ritrovata la bottiglia più antica della Maison: un rosato del 1842. Ne restano una o due. Lo chef de cave l’ha assaggiato: era molto dolce, perché allora lo champagne non si faceva come oggi, “ma era come assaggiare tutta la memoria della Maison”.

Tutte le bottiglie sono vere e stanno ancora maturando sui lieviti. In caso di necessità si può sceglierne una, sboccarla a mano “alla volata” e assaggiarla. C’è anche l’Esprit du Siècle, l’assemblaggio di annate creato alle soglie del 2000 come testimonianza del Novecento: il “nonno” della collezione di prestigio. I visitatori non berranno le annate storiche, ma potranno annusarle in un laboratorio con l’équipe di enologia, per sentire come cambiano gli aromi con il tempo. Poi si passa nella Galleria Imperiale, dove Napoleone camminava con Jean-Rémy Moët. Di solito è illuminata da cima a fondo. Per le Journées sarà al buio, attraversata da uno spettacolo di luci e suoni. “È un viaggio nel tempo”, raccontano: dallo scavo delle gallerie secoli fa all’amicizia con Napoleone, fino alla nascita del Brut Impérial. In fondo alla galleria c’è un’opera di Daniel Arsham, l’artista che si definisce “archeologo del futuro”. Il percorso si chiude con un gesto antico: scrivere “A Letter from Champagne”, una lettera con francobolli creati apposta per l’evento.

Veuve Clicquot: l’arte del Pinot Noir e l’ospitalità della Vedova

Se Moët racconta la scala e la precisione, Veuve Clicquot racconta una persona. Barbe-Nicole Ponsardin, rimasta vedova di François Clicquot nel 1805, prese in mano un’azienda in un mondo di uomini. Per le Journées Particulières la Maison di Reims apre due luoghi: il Manoir de Verzy, tra i vigneti della Montagne de Reims, e l’Hôtel du Marc, in centro città.

L’Hôtel du Marc, il salotto dei clienti

L’Hôtel du Marc sorge accanto alla sede della Maison. Fu costruito tra il 1840 e il 1846 come casa di Édouard Werlé, il socio e poi successore di Madame Clicquot. Werlé era nato vicino a Francoforte ed era entrato in azienda come apprendista di cantina. Divenne socio a trent’anni e alla fine proprietario: per lungo tempo la Maison restò della sua famiglia. Già allora una parte della casa serviva ad accogliere gli ospiti. “Nell’Ottocento venivano giornalisti, albergatori, ristoratori a scoprire come si faceva lo champagne”, ci racconta in un italiano fluente chi ci accompagna. “Lo chef de cave spiegava tutto il processo e poi c’era un pranzo o una cena. Era un vero privilegio scendere nelle cantine”. Oggi l’Hôtel du Marc ospita i clienti privati della Maison. Per le Journées offrirà un’iniziazione all’arte dell’accoglienza, con le tecniche dei maîtres d’hôtel e la cucina di casa. L’abbinamento con il cibo è nel Dna di Clicquot. “Lo stile nasce dal Pinot Noir, che dà struttura e potenza, e dalla finezza dello Chardonnay”, spiega. “Madame Clicquot voleva un vino da bere a tavola”. La Grande Dame, la cuvée di prestigio, arriva al 95-98% di Pinot Noir.

Verzy, nel cuore del Pinot Noir

Il tema scelto da Veuve Clicquot è proprio “l’Art du Pinot Noir”. A Verzy i viticoltori della Maison spiegheranno al pubblico come si lavora la vigna e come si prepara il suolo. Quando un vecchio vigneto viene estirpato, il terreno resta senza viti per due o tre anni. D’estate si seminano girasoli, d’inverno altre piante: servono a rigenerare il suolo senza prodotti chimici. “Ogni quanto si estirpano le viti?”, chiediamo. “Più o meno ogni 25 anni, tranne le viti per il vino rosso, che arrivano a 40”, risponde. “Ma non è una data fissa: dipende dal terreno e dalla qualità dell’uva. Lavoriamo con qualcosa di vivo”.

Antoine Dauphin, responsabile dello sviluppo dei vigneti, racconta nel catalogo dell’evento il Clos Saint-Basle. Per entrarci bisogna varcare un cancello. Prima della Rivoluzione vi coltivavano la vite i monaci dell’abbazia. Una parte è stata ripiantata dopo almeno un anno di riposo del suolo, così la parcella riunisce generazioni diverse di viti. “Secondo Madame Clicquot”, ricorda Dauphin, “il Pinot Noir dava sempre i vini bianchi più raffinati”. Il vigneto della Maison conta oggi circa 400 ettari, quasi tutti Grand Cru e Premier Cru. Le radici sono antiche. Il fondatore Philippe Clicquot, mercante di tessuti di Reims, nel 1772 possedeva già vigne a Verzy e Verzenay. La famiglia della nuora aveva parcelle a Bouzy. Madame Clicquot comprò metodicamente altri appezzamenti nelle stesse zone: alla sua morte i vigneti erano circa 40 ettari.

Una vedova contro le regole

Il film sulla sua vita? “È tratto da un libro, la storia è romanzata”, sorride la nostra guida. Quello che i documenti dicono è già abbastanza. Madame Clicquot non era preparata a guidare un’azienda. Imparò tutto dagli operai. Visitò le vetrerie per capire come si faceva una bottiglia. Quando scriveva ai fornitori per chiedere una modifica, usava tutte le parole tecniche, per far capire che sapeva di cosa parlava. “Il problema, per alcuni, non era che avesse ripreso l’azienda. Era che la gestisse davvero”.

A lei si devono invenzioni che hanno cambiato lo champagne:

  • Il remuage. Inventò la tavola forata per ruotare le bottiglie e far scendere i depositi verso il tappo. È ancora la base del metodo.
  • Il rosé d’assemblaggio. Allora il rosé si colorava con estratti di sambuco. Lei lo ottenne mescolando vino bianco e vino rosso. “Oggi il 95% degli champagne rosé si fa così”.
  • Il primo millesimo. L’annata 1811, il “vin de la Comète”, fu spedita in Russia nel 1814 e rese il nome famoso in tutta Europa.

C’è anche un filo che lega la Maison all’Italia. La prima spedizione registrata nel primo libro dell’azienda, 60 bottiglie, partì per Venezia. “È il nostro mercato più storico”, ci dicono. Il fondatore e suo figlio scrivevano in italiano, e negli archivi ci sono le loro lettere.

Quel giallo inconfondibile

Il giallo dell’etichetta non è opera della Vedova, ma di Werlé. Quando la Maison portò sul mercato inglese uno champagne più secco del solito, serviva un’etichetta diversa da quella bianca dello champagne classico. “Qualcosa di diverso, ma non troppo”. Fu scelto il giallo, depositato come marchio nel 1877. Oggi ha un codice preciso: Pantone 137 C. “Non si dimentica la C”, scherza la nostra guida. La gamma è volutamente stretta. C’è la Yellow Label, il rosé non millesimato, il millesimato, più complesso e pensato per la tavola, La Grande Dame e il Rich, più dolce, per i cocktail. “Poche referenze, ciascuna curata al massimo”. La Grande Dame 2018 Rosé, uscita a marzo 2026, è solo l’undicesima annata dalla nascita della cuvée nel 1988.

Il giallo, però, è diventato anche un gioco. Fino a fine anni Novanta, ci raccontano, Clicquot era visto come un vino da ristorante stellato. “Con LVMH sono arrivate persone da fuori, che hanno visto in quel colore gioioso, come il sole, un’opportunità”. Il messaggio divenne: lo champagne si beve quando si vuole, anche in giardino, l’importante è stare con amici e famiglia. Nacquero confezioni da collezione, secchielli, scatole di metallo riutilizzabili. Nel 2004 Veuve Clicquot lanciò la prima “ice jacket”, la guaina che tiene fresca la bottiglia. “All’inizio dicevano che non avrebbe funzionato. Vent’anni dopo ce l’hanno tutti”. L’ultima collaborazione è Chasing the Sun, la collezione limitata firmata dal designer Yinka Ilori e presentata alla Milano Design Week ad aprile 2026. “Ma il vino resta al centro di tutto”, precisano. “Se un packaging influisce sulla qualità del vino, si cambia il packaging”.

Dietro il bicchiere: come si costruisce uno champagne

Il retroscena più sorprendente, però, non sta in una galleria. Sta in tre calici. A guidare la degustazione è Marie-Christine Osselin, Wine Quality and Communication Manager di Moët & Chandon dal 2016, che lavora accanto allo chef de cave Benoît Gouez. Viene dalla Valle del Rodano, dove faceva vini rossi, rosati e bianchi. Ha studiato biologia. “Nel vino c’è la combinazione perfetta di scienza e creazione”, dice. “In Champagne tutto è specifico”, spiega. “Quando arrivi non capisci perché”. Altrove si fa il vino dell’annata, e basta. Qui si assemblano annate diverse, si fanno i rosé d’assemblaggio, si governa la presa di spuma e la maturazione sui lieviti. Nelle annate buone si possono mettere vini in riserva, “perché non si sa mai cosa succederà”. Tutto parte dal clima: “In primavera si può passare da 5 a 20 gradi al mattino da un giorno all’altro”.

Il paradosso del Brut Impérial

Il primo calice è il Brut Impérial, servito in magnum. È lo champagne più diffuso al mondo, e per Osselin anche il più difficile da fare. “Deve avere lo stesso gusto a Singapore, Londra, Épernay o Parigi”. Il problema è che “la natura dà quello che può”. Il lavoro dell’enologo è trasformare ogni vendemmia diversa in uno stile sempre uguale. I numeri spiegano la complessità. La denominazione Champagne copre circa 34.000 ettari, dalla Valle della Marna alla Montagne de Reims, dalla Côte des Blancs fino all’Aube. Il vigneto di proprietà Moët copre solo dal 20 al 25% del fabbisogno di uva. Il resto arriva da oltre 2.000 famiglie di vignaioli, che coprono più del 90% dei cru della regione.

Ogni partita viene valutata per il suo potenziale reale, non solo per il cru in etichetta. “A volte un bellissimo Grand Cru, per maturazione o sanità, dà un succo con un potenziale più basso”. Se si mescolasse tutto lo Chardonnay insieme, si otterrebbe solo uno Chardonnay medio. Per questo, a fine vendemmia, la Maison ha tra i 900 e i 1.000 vini base diversi, vinificati in due cantine: quella storica di Épernay e una nuova, costruita nel 2011 a cinque chilometri. Poi arriva il momento decisivo: le degustazioni dei vini base. Durano due mesi, due mesi e mezzo a partire da ottobre. Due sedute al giorno, da 30 a 35 campioni ciascuna: 60-70 vini al giorno. “È una degustazione particolare”, spiega Osselin. “Non giudichi se il vino è buono da bere, ma se può essere un buon ingrediente”. Anche un degustatore esperto, arrivando in Champagne, deve imparare di nuovo.

I vini base di Moët, fatti in acciaio, sono discreti e poco opulenti, e devono esserlo, perché il carattere arriverà con la maturazione sui lieviti. Alcuni, più aperti, vanno nel non millesimato. Altri, più chiusi ma precisi, diventano Grand Vintage o vini di riserva. Se un vino non ha potenziale, viene distillato. “Ma è una grande responsabilità decidere di distillare 600 ettolitri. Non si torna indietro”. Il Brut Impérial assembla da 100 a 150 vini base e oltre 200 villaggi. Accanto alla vendemmia dell’anno entrano i vini di riserva di uno, due o tre anni prima. Il Brut Impérial che oggi matura in cantina è basato sulla vendemmia 2025, scarsissima di Chardonnay: il vuoto è stato colmato con le riserve. “Nel 2026 potrebbe mancare il Pinot Noir, o il Meunier”, dice. “Questa idea di assemblare le annate è geniale. Trasforma condizioni difficili in un vantaggio”. In magnum matura 30 mesi.

Grand Vintage 2016: il carattere

Il secondo calice è il Grand Vintage 2016. Se il Brut Impérial cerca la costanza, il millesimato cerca il carattere. È il 77° millesimo della Maison: il primo risale al 1842. “Ogni annata è come un nuovo fratello in famiglia”, dice Osselin. “Quando lo assaggiamo insieme non cerchiamo il consenso, cerchiamo il carisma”. Il 2016 è stato “un ottovolante” dal punto di vista climatico, con gelate e un agosto soleggiato e secco. Pochi grappoli, ma sani e maturi. L’assemblaggio è 48% Chardonnay, 34% Pinot Noir e 18% Meunier, con sei anni sui lieviti. Altre bottiglie del 2016 resteranno in cantina per una seconda uscita, dopo 15 anni. C’è anche un dettaglio tecnico poco noto: il riposo dopo la sboccatura, quando il vino deve assorbire il dosaggio. Tre mesi per il Brut Impérial, sei per i millesimati, un anno per la cuvée di prestigio. Poi lo champagne resta stabile più o meno per tanto tempo quanto è rimasto sui lieviti.

Collection Impériale Création No. 1: l’alta sartoria

Il terzo calice è la Collection Impériale Création No. 1, che Osselin chiama “un capolavoro di haute couture”. Oltre a vitigni, villaggi e annate, Benoît Gouez ha aggiunto un ulteriore livello: l’invecchiamento. Nello stesso assemblaggio convivono vini con storie diverse:

  • Vini fermi in acciaio della vendemmia 2013, il 42,5% del totale.
  • Vini fermi affinati un anno in botte di rovere, delle annate 2012, 2010, 2008, 2006 e 2000.
  • Champagne già maturo: circa il 13% è Grand Vintage Collection 2004, sboccato bottiglia per bottiglia dopo dieci anni sui lieviti.

Il risultato porta note di cannella, chiodi di garofano, noce moscata, vaniglia. È il primo Brut Nature di Moët, senza dosaggio. Secondo la Maison è anche la prima cuvée di prestigio Brut Nature della Champagne. Ci sono voluti vent’anni di ricerca. Prima della No. 1 ci sono state una “zero”, una “meno uno”, una “meno due”: mai uscite, perché lo chef de cave non era soddisfatto. La No. 2 arriverà il prossimo anno. “Se non prepari il futuro, non hai niente da usare”, conclude Osselin. I vini più vecchi del blend erano stati messi da parte nel 2000, senza sapere a cosa sarebbero serviti.

Perché aprire le porte

“Tu conosci Moët & Chandon? Tutti mi rispondono di sì”, racconta Marie-Christine Osselin, appena tornata dal Brasile. “E io rispondo: no, non la conosci”. Il nome è famoso ovunque, ma il lavoro che c’è dietro una bottiglia di Brut Impérial è invisibile. “Non possiamo scriverlo in etichetta. Per questo è importante che la gente venga qui”. È la sintesi migliore delle Journées Particulières. Per un gruppo del lusso aprire le porte è un’operazione d’immagine, certo. Ma in Champagne diventa anche altro. È il modo per raccontare che dietro un marchio globale ci sono vignaioli, enologi, archivisti, ricamatori. E ci sono scelte che valgono decenni: viti piantate per i nipoti, vini messi in riserva nel 2000 per uno champagne uscito vent’anni dopo, alberi piantati in mezzo ai filari. Moët mostra la precisione di una Maison che deve fare lo stesso champagne per tutto il mondo. Veuve Clicquot racconta l’audacia di una donna che ha inventato gesti ancora in uso, e il Pinot Noir che lei amava. Due stili diversi, un’unica idea: lo champagne non è solo una bottiglia da stappare, ma una storia lunga secoli.

Come partecipare

Les Journées Particulières si tengono dal 16 al 18 ottobre 2026. L’ingresso è gratuito. Le prenotazioni si sono aperte a settembre sul sito di LVMH, in tre tornate. Chi non ha trovato posto può presentarsi sul posto e mettersi in fila: i walk-in sono ammessi, nei limiti dei posti disponibili.

Moët & ChandonVeuve Clicquot
Luoghi che abbiamo visitatoFort Chabrol; Hôtel Moët e cantineManoir de Verzy; Hôtel du Marc
Indirizzi1, route de Mardeuil, Épernay (Fort Chabrol); 20, avenue de Champagne, Épernay10, rue Ernest-Graingault, Verzy; 18, rue du Marc, Reims
EsperienzaNatura Nostra, Memories of Tomorrow, Galerie du Grand Millésimé, Galleria ImperialeL’arte del Pinot Noir in vigna; iniziazione all’arte dell’accoglienza
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