Un rendez-vous attorno a un calice di Champagne Deutz con la cheffe de cave della Maison di Ay, Caroline Latrive. La nuova guida in cantina di un volto storico della bollicina francese per eccellenza ci svela il suo DNA champenois.
Cos’è lo Champagne per Caroline Latrive?
Lo Champagne, come la Champagne, è tutta la mia vita. Sono nata a Reims, sono champenois nell’anima. Quella che mi lega allo Champagne è anche una storia di famiglia, che implica un concetto di trasmissione, e di condivisione, perché non mi immagino di gustarmi un calice senza condividerlo con qualcuno. Poi, lo Champagne è per me nel quotidiano un’avventura umana, in quello che è il confronto in equipe, fatto di passione e creazione.
Lo Champagne per lei è anche un affare di famiglia…
Pur non possedendo ettari, dal lato paterno vanto alle spalle diverse generazioni di antenati che mi hanno preceduto nel lavoro in vigna e in cantina: mio nonno è stato direttore della Cave d’Epernay e tra i fondatori della prima associazione di Vigneron in Champagne, Le Club Trésors; mio padre, poi, per tutta la vita ha svolto la professione di consulente in campo enologico. Ho dei magnifici ricordi d’infanzia di tutte le volte che l’ho accompagnato in giro per vigne a incontrare i Vigneron con cui lavorava. Ho dei veri e propri flash che riaffiorano nella memoria quando entro a contatto con certi odori. È stato proprio mio padre che mi ha trasmesso la passione per il vino e, soprattutto, per lo Champagne.

Esiste un terroir in Champagne che ama di più per espressività o per distintività?
Non esiste un terroir specifico. Lungo il corso della mia vita, sono sempre stata particolarmente affascinata dallo Chardonnay. Perché, anche sotto questo profilo, mi lega al vitigno un ricordo di famiglia: non abbiamo mai concluso un compleanno o un festeggiamento senza aver prima stappato una Magnum di Blanc de Blancs. Arrivando in Maison Deutz ho però cambiato un po’ registro, riscoprendo il Pinot Noir e innamorandomi follemente di quello di Ay, che scopro e approfondisco anche grazie a delle espressioni Vinothèque che ho a disposizione nelle cantine. È un terroir che riflette un piacevole profilo fruttato, con una bella struttura e un’eleganza che si mostra con la sua firma salina distintiva, ben definita dalla mineralità del sottosuolo gessoso.
A distanza di tre anni dalla nomina a cheffe de cave di Maison Deutz, qual è il tocco personale che si sente di aver portato?
Ho fatto il mio ingresso in Maison Deutz inscrivendomi nel solco di un cammino tracciato, per perennizzare la singolarità dei suoi vini. Quel che è stato sempre il mio approccio, che ho ritrovato in questo nuovo inizio, è legato alla ricerca dell’espressione del frutto e a un intervento minimo sulla materia prima. Ci saranno, in futuro, sicuramente delle evoluzioni, perché inevitabilmente un po’ della nostra personalità si trasmette sempre ai vini che si producono. Ma sarà tutto fatto a piccole dosi. La mia idea è di migliorare alcuni aspetti, come la precisione, per fare risaltare ulteriormente l’anima dei terroir. E sotto questo profilo, non escludo che in futuro possano nascere nuovi colpi di fulmine che mi portino ad innamorarmi di altre specifiche zone nel nostro parco vitato.

Cosa ama bere “fuori” dalla Champagne Caroline Latrive e c’è un vino da cui trae ispirazione nel suo lavoro di cheffe de cave?
Fuori dalla Champagne, ho un grande debole per il Pinot Noir di Borgogna. In particolare, per il Pernand Vergelesses di Domaine Chanson, per via della sua eleganza e della netta espressione del frutto, ma anche per quell’eco un po’ granitico che mi ricorda, con le sue sfumature, certe versioni parcellari di Syrah della nostra consociata Maison Delas Frères. Poi, non esiste un solo vino che m’ispira nel mio lavoro: sono, per natura, molto curiosa e amo assaggiare costantemente cose nuove, prendendo spunto da chiunque sia in grado di far emergere un terroir particolare con precisione.
Quale tra le ultime annate in Champagne la rispecchia di più o preferisce?
Il 2013 è un millesimo che adoro in Champagne. Lo amo anche per il suo essere annata del passato, di una vendemmia che abbiamo dovuto attendere, andando a cercare la maturazione del frutto a ottobre nel costante equilibrio per conservare l’acidità. Il risultato è stato qualcosa di sorprendente, che penso si conserverà negli anni. Poi, c’è anche il 2018 tra i millesimi che amo: più caldo e generoso, conserva una piacevole eleganza che ne facilita la beva. Questi due esempi così diversi ci testimoniano di come ormai non si vivrà più un’annata uguale all’altra in Champagne e ci si dovrà adattare, di vendemmia in vendemmia, senza per forza ricercare un parallelismo con il passato.
Qual è, a oggi, la bottiglia che più l’ha emozionata tra gli assaggi dei tesori più preziosi custoditi nelle cantine di Maison Deutz?
Amour de Deutz 1999 è un vino magnifico e anche il William Deutz 1988 è straordinario. Poi, cerchiamo sempre di centellinare questo tipo di assaggi, per preservare un patrimonio incredibile. Tra le annate più recenti, le 2002 sono di una freschezza eccezionale, mentre è sempre curioso andare ritrovare le 2006, che sono vini molto più gourmand e con un volto che definirei barocco nel suo essere pieno di energia e colore, quasi al limite dell’arroganza.

































