L’analisi di Federvini si può sintetizzare in una frase: il settore del vino affronta una delle fasi più complesse degli ultimi anni. Export in rallentamento, consumi globali in trasformazione e tensioni commerciali ridisegnano gli equilibri del mercato mondiale. Ma la forza del Made in Italy e la diversificazione geografica offrono nuove prospettive di crescita.
Il mercato sta attraversando una fase di profonda trasformazione. A incidere non sono soltanto i dazi introdotti dagli Stati Uniti o le tensioni geopolitiche che stanno ridisegnando gli equilibri commerciali internazionali, ma anche cambiamenti strutturali nei modelli di consumo che si stanno manifestando nei principali mercati mondiali. È questo il quadro emerso dall’Assemblea Generale di Federvini, durante la quale l’associazione ha presentato una dettagliata analisi elaborata insieme a Nomisma Wine Monitor sullo stato di salute del comparto e sulle prospettive future.

Secondo Federvini, il settore si trova oggi ad affrontare un vero e proprio “nuovo disordine mondiale”, caratterizzato da instabilità geopolitica, guerre commerciali, aumento delle barriere tariffarie e crescente incertezza economica. Un contesto che inevitabilmente sta rallentando gli scambi internazionali e mettendo sotto pressione tutte le principali nazioni produttrici.
“Il 2025 ci ha messo alla prova con un’intensità senza precedenti” – ha dichiarato il Presidente di Federvini Giacomo Ponti – “Prima i dazi reciproci, poi la loro sospensione, infine l’attuale regime al 10% in vigore fino al 24 luglio. Le nostre imprese hanno dimostrato una capacità di adattamento straordinaria. Ora è fondamentale che la ratifica dell’accordo UE-USA si concluda rapidamente: non possiamo pensare di sostituire il mercato americano, ma possiamo e dobbiamo diversificare, innovare, presidiare i tavoli europei con ancora più determinazione. Guardiamo al futuro con fiducia: siamo portatori di un valore strategico (economico, culturale e identitario) che nessun dazio può intaccare”.

Export mondiale in frenata: il vino paga più di tutti
I numeri del vino confermano il rallentamento nell’export. Nel 2025 il commercio mondiale di vino ha registrato una contrazione del 6,7% in valore rispetto all’anno precedente, scendendo a 33,8 miliardi di euro. Anche il comparto degli spirits ha evidenziato una flessione del 5,9%, mentre gli aceti hanno sostanzialmente mantenuto la stabilità con un lieve calo dello 0,3%.
L’Italia non è rimasta immune da questo scenario. Le esportazioni vinicole nazionali hanno chiuso il 2025 a 7,78 miliardi di euro, in diminuzione del 3,7% rispetto al 2024. Anche gli spirits hanno registrato una flessione del 5%, mentre gli aceti hanno limitato le perdite al 2,7%.
Secondo Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor, il rallentamento non può essere attribuito esclusivamente alle politiche tariffarie statunitensi. Si tratta piuttosto di un fenomeno globale che coinvolge tutti i principali mercati di consumo e che riflette una trasformazione più profonda delle abitudini di acquisto e consumo.

L’impatto più evidente arriva dagli Stati Uniti, primo mercato extraeuropeo per il vino italiano. Nel primo trimestre del 2026 le importazioni complessive di vini, spirits e aceti sui dodici principali mercati mondiali hanno registrato una contrazione del 17,1% in valore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Gli Stati Uniti hanno mostrato la performance peggiore, con un crollo del 38,9%, seguiti da Cina (-10,6%) e Canada (-10,5%).
Per il vino italiano il dato statunitense è particolarmente significativo. Nel primo trimestre del 2026 le importazioni americane di vino proveniente dall’Italia sono diminuite del 38%, mentre quelle di spirits sono precipitate del 55%. Gli aceti hanno limitato la flessione al 35%.
La situazione è il risultato dell’incertezza generata dall’introduzione dei dazi reciproci tra Stati Uniti e Unione Europea, successivamente sospesi e sostituiti da un regime tariffario del 10% in attesa della definizione di un accordo definitivo. Un quadro che, secondo Federvini, continua a frenare gli investimenti e le strategie commerciali delle imprese esportatrici.

Uno degli aspetti più interessanti emersi dall’analisi proposta da Federvini riguarda l’evoluzione strutturale dei consumi. Se si osserva l’andamento dei principali mercati mondiali dal 2015 al 2025 si nota come come la domanda di vino stia attraversando una fase di ridefinizione. Negli Stati Uniti i consumi risultano ancora leggermente superiori ai livelli del 2015 (+1%), ma in Francia si registra una contrazione del 17%, in Germania del 13%, in Italia del 6% e nel Regno Unito del 4%. Si tratta di mercati che complessivamente rappresentano circa la metà dei consumi mondiali di vino e che mostrano come il rallentamento sia legato anche a fattori demografici, culturali e generazionali.
L’era post-pandemica ha accelerato il cambiamento delle abitudini di consumo. Le nuove generazioni mostrano una maggiore attenzione alla salute, una minore frequenza di consumo e una crescente apertura verso categorie alternative, comprese le bevande a basso o nullo contenuto alcolico. Un fenomeno che sta interessando tutte le principali economie avanzate.
Se l’export mostra segnali di debolezza, il mercato domestico offre invece alcuni elementi di resilienza. Nel primo trimestre del 2026 le vendite di vino nella grande distribuzione italiana hanno registrato una lieve contrazione dei volumi (-1%), accompagnata però da una crescita del valore del 2,2%, segnale di una progressiva premiumizzazione degli acquisti. A sostenere il comparto continuano a essere gli spumanti, che mettono a segno un incremento dell’8,7% e proseguono un trend positivo che dura ormai da oltre cinque anni. Più in difficoltà risultano invece i vini fermi e frizzanti, che registrano una flessione del 2,4%.

Anche il consumo fuori casa evidenzia dinamiche differenziate. L’inflazione e la perdita di potere d’acquisto stanno comprimendo la spesa nella ristorazione tradizionale, mentre il segmento premium continua a mostrare una buona tenuta. Il 55% dei clienti dei ristoranti di fascia alta dichiara infatti di consumare sempre vino o bollicine durante il pasto, contro il 25% della fascia media e appena l’11% della fascia bassa. Inoltre, il 67% dei consumatori considera la qualità del vino un elemento determinante per la riuscita dell’esperienza gastronomica.
Nonostante le difficoltà legate ai dazi e all’aumento dei prezzi, la ricerca condotta da Nomisma su 1.200 consumatori statunitensi offre indicazioni incoraggianti per il Made in Italy. La maggioranza degli intervistati dichiara di aver percepito rincari fino al 20% sui prodotti italiani acquistati negli ultimi dodici mesi. Tuttavia meno del 10% afferma di aver sostituito i prodotti italiani con alternative provenienti da altri Paesi. Nel vino, il 28% non ha modificato le proprie abitudini di acquisto e il 43% continua a comprare le stesse quantità, eventualmente approfittando delle promozioni.
Alla base di questa fedeltà c’è il valore reputazionale del Made in Italy. Il 47% dei consumatori americani identifica infatti l’alta qualità come il principale motivo di acquisto dei vini italiani, mentre l’Italia viene considerata il Paese produttore delle migliori bevande alcoliche importate dal 39% degli intervistati, davanti alla Francia e a tutti gli altri concorrenti internazionali.

Per Federvini e Nomisma la risposta alle incertezze dei mercati tradizionali passa inevitabilmente dalla diversificazione geografica. Se nel 2015 i quattro principali mercati di sbocco rappresentavano il 55% dell’export italiano di vini, spirits e aceti, nel 2025 il loro peso è sceso al 51%, a testimonianza della crescente importanza delle destinazioni emergenti.
Particolarmente dinamici risultano alcuni mercati che fino a pochi anni fa avevano un ruolo marginale. Dal 2019 al 2025 l’export italiano è cresciuto del 185% in Kazakistan, del 155% in Romania, del 126% in Colombia, del 104% in Thailandia, del 97% in Perù e del 95% in Corea del Sud. Anche Polonia e Repubblica Ceca mostrano incrementi superiori al 90%.
Parallelamente assumono crescente importanza gli accordi di libero scambio. Australia, Messico, Paesi del Mercosur e India rappresentano aree nelle quali l’export italiano di vini, spirits e aceti ha registrato tassi di crescita superiori o allineati a quelli del commercio mondiale, dimostrando come l’apertura commerciale possa diventare un fattore strategico per compensare le difficoltà incontrate nei mercati più maturi.

Federvini: serve una politica commerciale europea più incisiva
Il messaggio lanciato dal presidente di Federvini, Giacomo Ponti, è chiaro: il mercato americano resta insostituibile ma il settore non può permettersi di dipendere da un numero limitato di destinazioni. Per questo motivo la federazione chiede una rapida conclusione dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea, ma al tempo stesso invita le imprese a investire in innovazione, internazionalizzazione e diversificazione geografica.
La convinzione di fondo resta immutata: il vino italiano continua a beneficiare di un patrimonio reputazionale, culturale e qualitativo unico al mondo. In uno scenario internazionale sempre più frammentato e competitivo, sarà proprio la capacità di valorizzare questo capitale immateriale, insieme all’apertura di nuovi mercati, a determinare la crescita del settore nei prossimi anni.
Mercato interno: rimbalzano spiriti e aceti, gli spumanti continuano a correre
Secondo l’elaborazione dell’Osservatorio Federvini in collaborazione con Nomisma, il primo trimestre 2026 nella GDO italiana mostra dinamiche divergenti tra comparti. Il vino segna un lieve calo a volume (-1%), ma cresce a valore (+2,2%), con gli spumanti in accelerazione (+8,7%) su un trend che dura da oltre cinque anni. Gli spiriti mettono a segno un rimbalzo più sostenuto (+2,9% a volume), trainati dagli aperitivi alcolici e dai sodati; cresce anche il Gin, mentre la Grappa rimane in terreno negativo. Segno positivo per gli aceti, con vendite in GDO in crescita sia a valore (+2,4%) che a volume (+1%), trascinate dalla brillante performance dell’aceto di mele e dalla stabilità dell’Aceto Balsamico di Modena IGP.

L’opportunità del “fuori casa” ma pesa il divario tra andamento delle retribuzioni e costo della vita
Le evidenze dell’Osservatorio Federvini in collaborazione con TradeLab fotografano un mercato dei consumi complessivi fuori casa che chiude il 2025 con un valore pari a 102 miliardi di euro e un volume di visite di 9,6 miliardi di euro. La ristorazione indipendente traina il settore con un valore di circa 55 miliardi di euro, in leggera crescita verso l’anno precedente.
L’orientamento al consumo di vini e liquori nella ristorazione registrato da TradeLab presso un campione di 1.000 consumatori pesato in base alla distribuzione della popolazione italiana per classe di età e sesso indica orientamenti fortemente caratterizzati da disponibilità di spesa e fascia di esercizi. Il 55% dei frequentatori di ristoranti di fascia alta dichiara, infatti, di consumare “sempre” vino o bollicine; il dato si abbassa notevolmente nei ristoranti di fascia media 25% e di fascia bassa 11%. Situazione analoga per la categoria amari e dopo pasto. Nel percepito dei consumatori, la categoria vini e bollicine assume un’importanza centrale: il 67% dichiara che la scelta di un buon vino influisce in maniera importante sulla qualità complessiva dell’esperienza al ristorante.
Le evidenze raccolte mostrano inoltre segnali di evoluzione nelle preferenze, soprattutto tra le fasce più giovani, con un interesse crescente verso proposte come vini biologici o naturali (percepiti come interessanti per il 53% dei 18-24enni) e, in misura più selettiva, vini senza alcol o a basso contenuto alcolico. Si tratta di tendenze ancora da leggere con equilibrio, che non mettono in discussione la centralità delle categorie tradizionali, ma confermano l’importanza per le imprese di intercettare nuovi linguaggi di consumo e occasioni diverse, anche in chiave generazionale.

































