Cinque premiati, una botte di Amarone e un interrogativo che attraversa il nostro tempo: che cosa significa assumersi la responsabilità del futuro? Il Premio Masi 2026 ha celebrato la sua 45esima edizione in Valpolicella, riunendo protagonisti della scienza, dell’arte, della medicina, della tutela ambientale e del giornalismo attorno al tema Il coraggio della responsabilità. Il 16 ottobre, dopo la tradizionale firma della storica botte nelle cantine Masi, la cerimonia a Monteleone21 ha premiato Luigi Carlon, Nello Cristianini, Venice Gardens Foundation, David Khayat e Reporters Sans Frontières. Dalla sfida di governare l’intelligenza artificiale alla difesa della libertà d’informazione, fino al rapporto tra vino, salute e convivialità, il confronto ha riportato al centro il valore delle scelte individuali e collettive. Con l’Amarone a fare da filo conduttore tra esperienze diverse e un’idea di cultura che, da 45 anni, supera i confini del mondo del vino.
Premio Masi 2026: cinque riconoscimenti per il coraggio della responsabilità
La 45ª edizione del Premio Masi ha scelto di interrogarsi su una parola tanto ricorrente quanto impegnativa: responsabilità. Una questione che riguarda le imprese e le istituzioni, ma anche la ricerca scientifica, la tutela del patrimonio culturale e il diritto dei cittadini a un’informazione libera.
A sintetizzare il significato dell’edizione è stata Isabella Bossi Fedrigotti, presidente della Fondazione Masi, intervenuta durante la cerimonia di premiazione:
“Sappiamo bene che il coraggio è un sentimento nobile. La responsabilità è più difficile da spiegare: significa sentirsi parte di una rete, è un accumulo di capitale sociale. Mai come ora, nel disastro mondiale che ci circonda, è forte il bisogno di responsabilità come anche di coraggio per affrontare la realtà”.
Un tema declinato attraverso cinque esperienze molto differenti, accomunate dalla scelta di mettere competenze e risultati al servizio della collettività.
Il Premio Masi Civiltà Veneta è stato assegnato a Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, fondatore del Museo di Palazzo Maffei; a Nello Cristianini, scienziato originario di Gorizia e docente di Intelligenza Artificiale all’Università di Bath, nel Regno Unito; e alla Venice Gardens Foundation, rappresentata dalla presidente Adele Re Rebaudengo, per il lavoro di recupero e valorizzazione dei giardini storici veneziani.
Il Premio Internazionale Masi Civiltà del Vino è andato all’oncologo e divulgatore francese David Khayat, mentre il Grosso d’Oro Veneziano ha riconosciuto l’impegno di Reporters Sans Frontières, rappresentata dal direttore generale Thibaut Bruttin, nella difesa della libertà di stampa.
La cerimonia, moderata dal giornalista Alessandro Milan, si è svolta a Monteleone21, il nuovo centro polifunzionale di Masi nel cuore della Valpolicella.

La firma della botte di Amarone: il vino come simbolo di tempo e responsabilità
Prima della premiazione, i cinque vincitori hanno rinnovato uno dei gesti più riconoscibili del Premio Masi: la firma della storica botte di Amarone custodita nelle cantine dell’azienda.
Un rito che accompagna il Premio da 45 anni e che affida al vino il compito di rappresentare l’incontro tra storie, culture e visioni differenti.
Per Sandro Boscaini, vicepresidente della Fondazione Masi e presidente di Masi, il significato di questa tradizione riguarda anche il modo di fare impresa e il rapporto tra presente e futuro:
“La responsabilità, per chi fa impresa, si misura nella capacità di saper guardare lontano pensando alle generazioni che verranno e ancora nell’assumersi il rischio di scelte coraggiose e di mantenere fede ai propri valori specialmente in contesti che cambiano velocemente. Il vino ci insegna proprio questo: rispettare i tempi della natura, valorizzare il sapere che ci è stato tramandato e, allo stesso tempo, saper evolvere. La botte di Amarone, l’Oro del Premio, accoglie le firme dei nostri campioni e diventa crogiolo nel quale storie, esperienze e visioni diverse si accomunano nella volontà di affrontare le sfide del proprio tempo e di contribuire al progresso della società”.
La scelta di Monteleone21 come sede della cerimonia aggiunge un ulteriore elemento alla relazione tra vino e cultura che caratterizza l’iniziativa.
Accogliendo premiati e ospiti, Boscaini ha descritto il nuovo spazio come “Un progetto in continua evoluzione, che esprime la volontà di Masi di creare un luogo di incontro, convivialità e condivisione culturale, valorizzando il territorio”.

Nello Cristianini e le sfide dell’intelligenza artificiale: innovare senza perdere il controllo
Tra i temi più attuali della 45esima edizione, l’intelligenza artificiale ha occupato un ruolo centrale nel confronto tra i premiati. Non soltanto per le possibilità che offre alla ricerca e alla medicina, ma anche per gli interrogativi che apre sul controllo della tecnologia e sul ruolo dell’essere umano.
A portare questa prospettiva è stato soprattutto Nello Cristianini, scienziato che ha costruito il proprio percorso di ricerca all’incrocio tra statistica, linguaggio, macchine e mente.
Nel ricevere il Premio Masi Civiltà Veneta, Cristianini ha richiamato il legame con le proprie origini e con i territori di confine:
“Sono nato a Gorizia, dove ho fatto le scuole, ho studiato Fisica a Trieste, e ho un legame di decenni con Grado, luoghi segnati dalla civiltà veneta e dal contatto tra culture diverse. Ho sempre pensato che le cose interessanti accadano ai margini, dove un territorio ne incontra un altro, e alla fine ho scelto di passare la vita a studiare l’intelligenza artificiale, al confine tra statistica e linguaggio, tra macchina e mente. Ho dovuto farlo lontano da casa, ma senza mai dimenticarla, e oggi grazie a voi mi sento meno lontano. Sono stati anni lunghi, ma ricevo questo premio come un vino che ha aspettato a lungo il momento giusto”.
Durante il dibattito, lo scienziato ha sottolineato i rischi di una ricerca sull’intelligenza artificiale ancora priva di regole e controlli adeguati, richiamando la necessità di investire nella cultura scientifica e nella formazione per affrontare consapevolmente le trasformazioni tecnologiche.
Un cambiamento che, secondo Cristianini, richiede anche una prospettiva di lungo periodo. Non a caso, il suo richiamo alla pazienza ha trovato un’immagine nel mondo del vino: “il vino buono richiede tempo”.
Il confronto ha coinvolto anche gli altri premiati. David Khayat ha evidenziato il potenziale dell’intelligenza artificiale nella diagnosi e nella ricerca oncologica, senza rinunciare alla necessità di “preservare la dimensione umana della cura”.
Per Luigi Carlon, la tecnologia può aprire nuove possibilità alla sperimentazione artistica e all’interazione con le opere, “senza sostituire il ruolo centrale della creatività umana”.
Thibaut Bruttin ha invece affrontato le implicazioni dell’intelligenza artificiale per il giornalismo, riconoscendone l’utilità come strumento di supporto all’informazione, “purché utilizzata in modo consapevole ed etico, senza oscurare il valore del lavoro giornalistico e il suo ruolo fondamentale per la società”.
Adele Re Rebaudengo ha infine proposto un confronto tra intelligenza artificiale e “intelligenza naturale”, invitando a riconoscere la sensibilità delle piante e a superare un rapporto con il mondo vegetale fondato soltanto sulla sua utilità per l’uomo.

David Khayat, il Premio Masi Civiltà del Vino e il rapporto tra salute e convivialità
Uno dei passaggi più significativi della cerimonia ha riguardato il rapporto tra vino, salute e qualità della vita, affrontato dall’oncologo francese David Khayat, vincitore del Premio Internazionale Masi Civiltà del Vino.
Nel suo ultimo libro, Arrêtez de vous priver, Khayat affronta anche il tema del consumo moderato di cibo e vino. Durante l’incontro in Valpolicella ha richiamato la responsabilità della divulgazione scientifica, mettendo in discussione gli eccessi di allarmismo e sottolineando l’importanza di distinguere tra pericolo e rischio.
Nella sua riflessione, il rigore scientifico deve convivere con l’attenzione al benessere personale, alla felicità e alla convivialità. Khayat ha sostenuto che scelte alimentari moderate e consapevoli, anche in relazione al vino, incidano in modo poco significativo sul rischio di tumore: una posizione da attribuire alla sua interpretazione, non da assumere come conclusione generale della ricerca medica.
Ma è soprattutto attraverso un ricordo personale che l’oncologo ha raccontato il significato del riconoscimento.
“Ma la sera, quando torno a casa, ho bisogno di bellezza, di lentezza, di terra. Ed è lì che il vino è entrato nella mia vita. Non come consumo, ma come respiro. Ricordo il mio primo Amarone. Dovevo avere circa 28 anni, ero un giovane medico interno esausto dopo un turno di guardia. Un amico me ne versò un bicchiere e mi disse: ‘Assaggia, e non parlare per 30 secondi’. Trenta secondi. In un reparto di oncologia, 30 secondi di silenzio sono un lusso! E in quel bicchiere ho capito cosa fosse la pazienza. Tre anni di affinamento, uve appassite, un territorio, mani. Ho capito che il tempo può fare qualcosa di buono, invece di deteriorarlo”.
Un racconto che lega l’esperienza della medicina al tempo della viticoltura e alla trasmissione del sapere.
“Da allora, il vino mi accompagna. Nei momenti felici, per festeggiare una remissione. Nei momenti più difficili, per ricordarmi che anche gli anni più duri possono dare, a volte, grandi annate. Quello che fa la Fondazione Masi è difendere esattamente questo: il tempo lungo. Il lavoro dei viticoltori che potano a gennaio senza sapere cosa porterà settembre. La trasmissione di un sapere da padre a figlio. Il rispetto di un territorio. È esattamente ciò che cerchiamo di fare in medicina: trasmettere, accompagnare, rispettare la vita”.
Il Premio Civiltà del Vino riconosce così una riflessione che va oltre il prodotto, riportando al centro il significato culturale del vino, il lavoro di chi lo produce e il ruolo della convivialità nelle relazioni umane.
Arte, giardini storici e libertà di stampa: il valore pubblico della cultura
Il tema della responsabilità ha trovato un’altra declinazione nel rapporto tra patrimonio privato e bene comune.
Per Luigi Carlon, fondatore del Museo di Palazzo Maffei a Verona, la scelta di aprire al pubblico la propria collezione è nata dal desiderio di restituire alla città una parte della propria memoria artistica.
Una raccolta costruita nel tempo, anche attraverso il recupero di opere di pittori e scultori veronesi, dal Trecento all’Ottocento, che nel corso della storia avevano lasciato il territorio per raggiungere collezioni europee e americane.
“Ritrovarne le opere e restituirle al contesto in cui sono nate ha rappresentato per me, appassionato collezionista, un modo per condividere con la comunità una parte della sua memoria e della sua identità culturale”.
Un impegno che Carlon ha ricondotto alla responsabilità di continuare a custodire e valorizzare la tradizione artistica veronese, pur riconoscendo il legame personale che lo unisce alle opere raccolte.
Una prospettiva analoga emerge dall’attività della Venice Gardens Foundation, premiata per il restauro e la restituzione alla città dei Giardini Reali di Venezia e dell’Orto Giardino del Convento della Chiesa del Santissimo Redentore.
La presidente Adele Re Rebaudengo ha ricordato il ruolo fondamentale di giardinieri e collaboratori nella cura quotidiana di questi luoghi, sottolineando la necessità di preservarne il valore storico, naturale e comunitario.
“La nostra premura è che questi luoghi crescano nel tempo (e nondimeno vengano dal tempo preservati), nella consapevolezza del ruolo cardinale che i giardini ricoprono in un contesto sociale e, prima ancora, comunitario. Un impegno volto a ricucire il legame profondo tra l’essere umano e la natura, come un insieme le cui parti siano nuovamente riconnesse tra loro”.
Sul versante dell’impegno civile, il Grosso d’Oro Veneziano ha premiato Reporters Sans Frontières, organizzazione internazionale impegnata nella difesa del giornalismo indipendente.
Il direttore generale Thibaut Bruttin ha ricordato che la libertà di stampa “non è un privilegio dei giornalisti, ma un diritto fondamentale di tutti i cittadini”.
Nel suo messaggio di ringraziamento ha quindi dedicato il riconoscimento a chi continua a svolgere il proprio lavoro anche in condizioni di pericolo:
“In un momento in cui il giornalismo indipendente deve affrontare sempre più minacce, questo premio ribadisce l’importanza di difendere coloro che rischiano la vita per portare alla luce la verità. Dedichiamo questo riconoscimento a tutti i giornalisti che continuano a svolgere il proprio lavoro con coraggio, spesso correndo grandi rischi personali, al servizio del diritto all’informazione dei cittadini”.
Dalla Valpolicella all’Austria: la Targa Giorgio Boscaini a Morandell International
La cerimonia ha riservato spazio anche alla dimensione internazionale del vino veneto, con la consegna della Targa Giorgio Boscaini all’importatore austriaco Morandell International.
Il riconoscimento celebra un rapporto pluridecennale di collaborazione con Masi, sviluppato attraverso la diffusione del marchio e dei valori della cultura veneta sul mercato austriaco.
Ai cinque premiati sono state inoltre consegnate bottiglie di Amarone serigrafate in oro dai Maestri Veneziani, simbolo della storica botte che rappresenta il Premio.
La 45ª edizione si è così conclusa nel segno di un legame che la Fondazione Masi coltiva fin dalle origini: quello tra il patrimonio vitivinicolo della Valpolicella e le espressioni della cultura, dell’ingegno e dell’impegno civile.
Un percorso che la Fondazione, nata nel 2001 dall’esperienza del Premio Masi, continua a sviluppare in ambito nazionale e internazionale. Con l’Amarone non soltanto come espressione di un territorio, ma come simbolo di un sapere che attraversa le generazioni e di una responsabilità che riguarda anche il futuro.































