WineCouture meets Chiara Lungarotti: “Il domani parla di vino-ospitalità-cultura”

Del perché il futuro parla la lingua di sostenibilità, multicanalità, ma soprattutto del trinomio “vino-ospitalità-cultura”. A tu per tu con Chiara Lungarotti, guida della cantina simbolo del “Rinascimento” enologico dell’Umbria.

Quando si parla di vino e di Umbria non si può non avere quale origine di ogni discorso la prima associazione che l’unione di queste due parole impone: Lungarotti. Già, perché la storica famiglia che guida l’omonima azienda con sede a Torgiano (Perugia), non soltanto è simbolo di quel che in passato è stato un “Rinascimento” innanzitutto delle produzioni autoctone, interpretate già dal pioniere della moderna enologia italiana Giorgio Lungarotti secondo un chiaro indirizzo volto alla loro massima espressione qualitativa, ma anche del racconto di un territorio vocato e che cela ancora un importante potenziale, non del tutto ancora riconosciuto dal grande pubblico, tra le pieghe delle sue colline e dei suoi filari. E a dimostrazione di questo, sono proprio i vini Lungarotti a giungere a supporto, come evidenzia il recente posizionarsi dell’iconico Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2016 in vetta ai 100 migliori rossi italiani per il 2021 in una speciale classifica comparativa dei risultati ottenuti dai principali premi della critica italiana.

Ma Lungarotti, in Umbria, se è certo sinonimo di vino, lo è anche di arte e cultura, in un intreccio ormai indissolubile. Come ribadisce con forza l’ampio progetto di hospitality sviluppato nel corso degli ultimi decenni e che ha condotto alla creazione di un polo culturale unico, universo di valori che costituiscono la Lungarotti Experience, che vede in prima fila il Museo del Vino (Muvit) e il Museo dell’Olivo e dell’Olio (Moo), ideati da Maria Grazia e Giorgio Lungarotti.

Oggi alla guida della realtà umbra del vino troviamo Chiara Lungarotti, cui dal 1999, alla scomparsa del padre, è stato affidato il testimone, insieme alla sorella Teresa, di portare avanti una storia, che oggi abbraccia anche il territorio di Montefalco. Con lei abbiamo parlato di Umbria, dei nuovi orizzonti che si schiudono dopo l’anno della pandemia, ma soprattutto dello “Stile Lungarotti”, in vigna, in cantina e nel calice.

La cantina della famiglia Lungarotti a a Torgiano (Perugia) è da sempre simbolo del vino in Umbria
La cantina della famiglia Lungarotti a a Torgiano (Perugia) è da sempre simbolo del vino in Umbria

Non si può evitare di partire da quella che per molti mesi è stata un’attualità quotidiana che cominciamo solo ora a lasciarci alle spalle: cosa hanno insegnato a Chiara Lungarotti i mesi del lockdown e della pandemia?

Durante il lockdown non abbiamo mai smesso di lavorare. I vigneti hanno bisogno delle nostre cure in ogni momento e in ogni stagione e non c’è pandemia che possa fermare il ciclo della natura. Per il resto, abbiamo fatto di necessità virtù e abbiamo colto l’occasione per ripensare le nostre strategie commerciali con l’obiettivo di uscire da questa situazione più forti e competitivi di prima.

Ma su Lungarotti che “effetti” ha avuto questo ultimo anno in termini di scelte di sviluppo?

La pandemia ha innanzitutto insegnato al nostro settore che la “multicanalità” è premiante. Accanto al settore Horeca, che per noi è – ed in futuro continuerà ad essere – il focus della nostra distribuzione, si sono consolidati altri canali.

"Non c’è pandemia che possa fermare il ciclo della natura" (Chiara Lungarotti)
“Non c’è pandemia che possa fermare il ciclo della natura” (Chiara Lungarotti)

Qual è la ricetta vincente per il domani del vino?

Ci vogliono risorse e idee per rinascere e rinnovarsi senza aspettare che siano le istituzioni a farlo per noi, come è accaduto dopo la Seconda Guerra Mondiale e in tutte le grandi situazioni di crisi fin qui attraversate.

Sicuramente è fondamentale impiegare correttamente i fondi del Recovery plan in progetti a largo e duraturo respiro che possano costituire un volano per l’economia nazionale. Un ruolo svolto in questi ultimi anni dal comparto vino, che può continuare a farlo solo se correttamente e adeguatamente supportato e non ostacolato dalla burocrazia. 

Lungarotti è una realtà pioniera sotto molti punti di vista, a partire da quello che è stato proprio l’offrire un indirizzo di sviluppo del vino di qualità in Umbria con suo padre Giorgio: cosa significa per voi valorizzazione del territorio?

Significa praticare una viticoltura che valorizzi i vitigni autoctoni, come il Sangiovese, il Colorino, il Sagrantino, il Grechetto, il Vermentino, il Trebbiano Spoletino, ma anche le varietà internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay e Pinot Grigio, introdotte in Umbria da mio padre sin dagli anni ’60 e ’70. 

Significa poi innovare e sviluppare nel rispetto della tradizione, senza mai tradire le proprie radici, ma anche capire che le potenzialità di una regione possono esprimersi solo se impariamo a fare squadra.

"Valorizzare il territorio significa innovare e sviluppare nel rispetto della tradizione, senza mai tradire le proprie radici" (Chiara Lungarotti)
“Valorizzare il territorio significa innovare e sviluppare nel rispetto della tradizione, senza mai tradire le proprie radici” (Chiara Lungarotti)

Enoturismo: anche qui citare Lungarotti significa fare riferimento a progetti pionieristici. Come nel caso del Museo del Vino (Muvit) e del Museo dell’Olivo e dell’Olio (Moo), ma anche un più ampio concetto di ospitalità che da forma alla Lungarotti Experience. Ma, a suo avviso, cosa manca oggi all’Umbria per fare quel passo definitivo che la conduca sullo stesso piano dei territori simbolo del vino?

La valorizzazione di un territorio non passa solo dalla viticoltura di qualità, ma anche dalla capacità di costruire intorno al vino un circuito virtuoso fondato su ospitalità, esperienze autentiche a contatto con la natura, tutela e valorizzazione del patrimonio storico e culturale locale.

Del resto, l’enoturismo è fondamentale per fare innamorare il visitatore della nostra realtà, dei nostri prodotti e dell’Umbria in generale. Perché l’ospite che vive un’esperienza bella, stimolante, rilassante e ricca di contenuti, diventerà il migliore ambasciatore dei nostri prodotti e della nostra azienda.

Tutto questo mio padre Giorgio lo aveva già intuito negli anni ’70. Fu lui, infatti, con mia madre Maria Grazia, uno dei primi in Italia a capire che il trinomio “vino-ospitalità-cultura” avrebbe potuto rappresentare la chiave di volta per promuovere il territorio umbro e renderlo attraente dal punto di vista turistico.

E grazie alla sua lungimiranza, oggi Torgiano può vantare un paesaggio agricolo curato e preservato, un’architettura urbana filologicamente restaurata e resa funzionale alle esigenze di una moderna accoglienza, e due percorsi museali, il Museo del Vino di Torgiano (Muvit) e il Museo dell’Olivo e dell’Olio (Moo), ormai noti in tutto il mondo, fondati su una ricerca storica, archivistica e museografica di esemplare rigore.

Finalmente, con la bella stagione, siamo ripartiti con le attività enoturistiche e poter accogliere nuovamente i nostri ospiti mi trasmette una grande gioia. A loro offriamo l’opportunità di vivere la “Lungarotti Experience” fondata su wine tour in vigna e in cantina, degustazioni dei nostri vini e dei prodotti tipici del territorio, soggiorni nel nostro agriturismo tra i vigneti e visite guidate ai musei. Un turismo che coniuga cultura, natura ed enogastronomia di qualità.

Se poi dovessi dire cosa manca all’Umbria per fare quel passo in più per porsi sullo stesso piano delle regioni simbolo del vino italiano, come la Toscana o il Piemonte, direi lo spirito di squadra. Perché solo sostenendosi a vicenda e collaborando si può fare sistema e dunque garantire un’offerta di qualità in tutti i settori: dal vino all’accoglienza. 

Il Museo del Vino di Torgiano (Muvit) e il Museo dell’Olivo e dell’Olio (Moo) rappresentano due progetti ormai noti in tutto il mondo
Il Museo del Vino di Torgiano (Muvit) e il Museo dell’Olivo e dell’Olio (Moo) rappresentano due progetti ormai noti in tutto il mondo

Il digitale, inteso a 360°, dall’e-commerce ai social, passando per la produzione 4.0, cosa rappresenta per voi e più in generale nel futuro delle cantine?

La chiusura forzata ci ha spinto ad utilizzare sempre di più i canali digitali per la comunicazione, cosa a cui ricorreremo anche in futuro per presentare le nuove annate o organizzare degustazioni a distanza. Inoltre, nel rapporto con i clienti, i social ci hanno permesso di mantenere il contatto con i molti appassionati che ci seguono. 

Insomma, come sempre accade, dalle crisi più profonde scaturiscono nuove opportunità, ciò che conta è saperle cogliere e sfruttarle al massimo.

Quanto alle nuove tecnologie, sono fondamentali per riuscire a fare una viticoltura e una produzione di qualità che riduca al minimo l’impatto sull’ambiente. Penso a quanto sono state importanti per noi le prime capannine meteo installate negli anni ’90 per analizzare l’andamento climatico. In questo siamo stati pionieri, tanto che nel 2013 siamo diventati capofila del progetto MeteoWine, realizzato in collaborazione con l’Università di Perugia, per la raccolta dei dati climatici da utilizzare per l’elaborazione di modelli meteorologici. Un progetto che negli anni ha visto importanti implementazioni, fino alla nascita di una Piattaforma Meteo Regionale che oggi rielabora i dati raccolti in tutta l’Umbria e costruisce modelli, con conseguenti previsioni meteo attendibili, fondamentali per elaborare un Dss (Sistema di Supporto alle Decisioni) che consente di ridurre i trattamenti in agricoltura.

Altro esempio di come la tecnologia possa essere di grande aiuto per il nostro comparto sono le mappe di vigore dei vigneti – realizzate mediante droni o telecamere multispettrali – che sono un altro importante Dss e permettono di effettuare operazioni mirate e differenziate nelle diverse zone del vigneto grazie a moderni trattori dotati di guida satellitare. 

"Le nuove tecnologie sono fondamentali per riuscire a fare una viticoltura e una produzione di qualità che riduca al minimo l’impatto sull’ambiente" (Chiara Lungarotti)
“Le nuove tecnologie sono fondamentali per riuscire a fare una viticoltura e una produzione di qualità che riduca al minimo l’impatto sull’ambiente” (Chiara Lungarotti)

Ad avviso di Chiara Lungarotti, quando la sostenibilità diventa qualcosa di concreto e non più solo una “bella parola”?

Quando si costruisce nel tempo un percorso virtuoso, supportato da innovazioni tecnologiche, studi e ricerca continua, che ti porta davvero a minimizzare l’impatto della produzione sull’ambiente. 

Noi abbiamo cominciato negli anni’ 90, quando ancora il concetto di sostenibilità non era così “di moda”.

Anche in questo mio padre Giorgio fu un pioniere, perché capì subito che la cura del territorio si riflette anche nel bicchiere.  

Come si concretizza il vostro impegno green, in vigna e in bottiglia?

Nelle nostre tenute di Torgiano e Montefalco la sostenibilità caratterizza tutto il processo produttivo. A partire dai vigneti, dove sono state installate le capannine meteo di cui parlavo prima. Ma anche dove si attua il controllo meccanico delle erbe infestanti, una gestione intelligente delle risorse idriche, la concimazione organica e la confusione sessuale. In più, oltre a produrre biomasse con gli scarti della potatura, nella primavera del 2018 abbiamo installato un impianto fotovoltaico sulla copertura degli edifici aziendali di circa 1.320 mq che copre il 40% dei fabbisogni di energia elettrica.

Dal 2018, i 230 ettari della Tenuta di Torgiano sono certificati Viva (programma del Ministero dell’Ambiente, oggi Ministero della Transizione Ecologica, che attesta la sostenibilità della filiera vitivinicola attraverso l’analisi di quattro indicatori: aria, acqua, vigneto e territorio, ndr), mentre i 20 ettari della Tenuta di Montefalco sono coltivati a biologico dal 2010 e certificati dal 2014.

Tra le etichette che producete, ce n’è una a cui è più affezionata delle altre?

Senza dubbio il Rubesco Riserva Vigna Monticchio, il nostro vino portabandiera: riservato ma generoso, proprio come la gente dell’Umbria.

Un rosso di grande struttura, adatto ad un lungo invecchiamento, che sfodera un equilibrio unico tra potenza ed eleganza e che viene prodotto solo nelle migliori annate.

Nato del 1964, è espressione di come la nostra famiglia interpreta il suo territorio attraverso le generazioni. Sono felice che ogni anno riceva i massimi riconoscimenti dai grandi palati della critica nazionale, e non solo.

Il Rubesco Riserva Vigna Monticchio è Il vino portabandiera di Lugarotti: "Riservato ma generoso, proprio come la gente dell’Umbria"
Il Rubesco Riserva Vigna Monticchio è Il vino portabandiera di Lugarotti: “Riservato ma generoso, proprio come la gente dell’Umbria”

Ma se dovessimo riassumere su cosa si fonda lo “Stile Lungarotti” quando parliamo di vino, qual è il trait d’union tra i tanti tasselli del vostro mosaico?

Senza dubbio l’equilibrio. Il nostro lavoro in vigna è tutto orientato in questa direzione. Perché l’equilibrio determina l’eleganza nei vini strutturati e la piacevolezza nei vini giovani.

In tema di lanci, avete novità in vista per questo 2021 o, magari, qualcosa che attende in cantina per più avanti?

La novità del 2021 è senza dubbio l’adozione delle nuove bottiglie più leggere per i nostri vini storici, Rubesco Rosso di Torgiano Doc e Torre di Giano Bianco di Torgiano Doc, che passano da 0,65 kg a 0,42 kg di peso, riducendo fino al 35% le emissioni di CO2.

Per l’occasione, le etichette hanno subito un restyling: pur rimanendo fedeli alla grafica tradizionale, sono più grandi e avvolgenti, con una gamma di colori incentrata sui toni del grigio e del dorato.

Resta, invece, invariata l’immagine riprodotta sull’etichetta di entrambi i vini, che riprende un particolare della Fontana Maggiore di Perugia raffigurante la vendemmia. Una scelta che ribadisce quel binomio tra vino e arte e territorio a noi tanto caro.

"L'equilibrio determina l’eleganza nei vini strutturati e la piacevolezza nei vini giovani" (Chiara Lungarotti)
“L’equilibrio determina l’eleganza nei vini strutturati e la piacevolezza nei vini giovani” (Chiara Lungarotti)

Chiudiamo con qualche curiosità: c’è un vino di cui ha mai pensato, assaggiandolo, “questo avrei voluto farlo io”?

Lo penso ogni volta che assaggio lo Château Reynon bianco, un vino a base di Sauvignon e Sémillon, due varietà che qui a Torgiano non riescono ad esprimersi in maniera ideale a causa del nostro clima.

Lo amo anche perché è stato creato da un carissimo amico, Denis Dubourdieu, che è stato il nostro enologo consulente da quando mio padre è mancato fino a quando purtroppo è toccato a lui lasciarci. Ed è proprio in memoria di questa bellissima amicizia che abbiamo deciso di curare la distribuzione di alcuni dei suoi vini in Italia.

Ma Chiara Lungarotti, quando non sceglie i propri, quali vini ama bere?

Sono una persona molto curiosa e quando sono fuori mi piace assaggiare vini nuovi, soprattutto quelli dei miei amici produttori. E spero sempre di fare delle belle scoperte.

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