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La New Italy del vino che “porta gioia”: cronaca dal Wine Fest di Eataly a NY

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Quando siamo entrati nello spazio riservato alla Wine Fest di Eataly, a New York Downtown, nel cuore pulsante della Grande Mela, salendo la scala mobile che conduceva al piano “goloso” e orgoglioso dell’Italia da bere e mangiare, ci sono venute in mente le parole di Papa Francesco – ed erano solo pochi mesi fa – quando disse che “il vino è un dono di Dio che porta gioia”. Il vino e il made in Italy del vino – e del food –, va aggiunto, portano gioia e lo fanno insieme, a braccetto, per un pairing identitario perfetto come si direbbe in gergo. Un pairing che porta gioia ai 70 produttori, per lo più italiani, ma anche americani, che qui a New York hanno accolto oltre 500 persone per un giro d’orologio del vino, dalla mattina alla sera, almeno 10 ore di racconti, di degustazioni, di emozioni, di aggiornamento e approfondimento, di energia positiva per alimentare il mercato del vino negli States, ed in particolare quello di New York e dintorni. 

Il Wine Fest di Eataly a New York: come è andata

Un doppio turno di evento: fino alle 17 per il trade e i professionisti, dalle 18 per i wine lovers (paganti: 99 dollari per entrare e degustare tutto). Ma attenzione: nel secondo turno si sono presentati ai banchi del walk around tasting molti professionisti, importatori e ristoratori, enotecari, che hanno scelto questa fascia oraria utile in una città che non si ferma mai e sempre assetata di “WinEataly”.

Dalla gioia percepita in questo scambio tra produttori e operatori del settore nella tappa newyorkese dello Slow Wine Tour Usa, alla cruda realtà dei numeri, non sembra esserci spazio per i sorrisi. Eppure, sia a Washington DC – test difficile ma andato bene – sia a New York, sentendo gli umori degli addetti ai lavori si respira solo aria positiva. La battuta più frequente è questa: “Vogliono prodotti premium che abbiano una storia vera alle spalle”. E ancora: “Cercano il racconto sincero e spesso sognante di un’Italia che è bandiera di qualità”.

A Eataly si sentono tutti un po’ in Italia: americani e non. Perché la Grande Mela è un mondo a parte. Affinano i sensi verso prodotti buoni e di qualità. “Slow Wine – quando non è idealizzato in modo troppo estremo – è ancora per gli americani un movimento che garantisce qualità e rispetto delle regole del ciclo produttivo dei prodotti a Denominazione e rappresenta il serio Made in Italy ”, spiega Carlo Veronese, da trent’anni frequentatore di questi eventi mondiali del vino.  “I consorzi che stanno facendo questo tour, non solo l’Oltrepò Pavese che rappresento, si sentono al centro di questa positiva attenzione anche mediatica e contribuiscono con le loro denominazioni a dare valore a questo mondo produttivo italiano. Che certamente subisce le contrazioni del momento, anche quelle per così dire influenzate dallo stile di vita e dalla filosofia (come, ad esempio, la riduzione del consumo di alcool per questioni salutistiche). Ma allo stesso tempo questo momento diventa interessante per ritagliarsi uno spazio di qualità anche proprio di questi consumi: prodotti alti ad un prezzo corrispondente e prodotti adatti a nuovi momenti di consumo. Insomma, bevo meno vino, ma cerco di più la qualità. Ancora una volta il mondo del vino dice chiaramente, e lo sta facendo qui allo Slow Wine Tour Usa, che la cultura è opportunità ”.

La New Italy del vino made in Italy che “porta gioia”: cronaca dal Wine Fest di Eataly a New York Downtown

Quanto vale il vino italiano nel mercato Usa

Dai sentimenti alla razionalità non ci resterebbe, invece, che piangere. Ma come sempre la verità sta in mezzo. Leggendo i numeri delle indagini di mercato che girano in queste settimane che precedono il Vinitaly 2024, grande occasione europea e mondiale per il business di settore, a Verona dal 14 al 17 aprile prossimo, ci sarebbe solo da versare un mare di lacrime.  

Informazioni che arrivano dall’Osservatorio di Vinitaly e da Nomisma ci dicono: il mercato statunitense, pur rimanendo il principale importatore mondiale di vino, nel 2023, ha complessivamente ridotto gli acquisti dell’11%. 

La produzione vitivinicola italiana dello scorso anno è ferma a 38,3 milioni di ettolitri: una diminuzione del 23,2% rispetto ai volumi del 2022. Secondo Nomisma, il valore delle esportazioni italiane verso gli Usa è sceso al di sotto dei 2 miliardi di euro, l’11,4% in meno rispetto al 2022. I consumi di vino made in Italy sono in calo anche in Canada: più in generale, nel Paese l’import di vino imbottigliato nel 2023 è calato del 15,2%.

E quindi la gioia letta in apertura dove la mettiamo? “La mettiamo andando oltre i numeri”, dire ancora Veronese, “affrontando evento dopo evento questo momento importante del vino, senza farci distrarre da mostruose proposte di etichette del futuro in cui il vino danneggia la salute e aggiungerei che danneggia la salute di chi non lo produce di qualità, secondo le regole. E danneggia anche la salute e l’umore di chi non lo beve. Con moderazione s’intende. Anche la pasta o le banane – per citare due alimenti percepiti come quelli sani – se ne mangi in quantità esagerate finisci in ospedale. Però non bisogna sottovalutare questa attenzione salutistica, bisogna piuttosto raccontare di nuovo come il vino sulle tavole degli italiani fosse parte della vita quotidiana e sociale, una tradizione e una cultura da rispettare e valorizzare nel segno della qualità”.

La New Italy del vino che “porta gioia”

Per non farci distrarre ci immergiamo in un grande evento del vino – lo Slow Wine Tour Usa – itinerante da una costa all’altra degli States, Stato dopo Stato con gusti e tendenze diverse come è giusto che sia, un appuntamento che tasta il polso mettendo importatori e produttori uno di fronte all’altro. Dopo Washington e New York ora tocca ad Austin, in Texas, seguiranno le tappe di Denver (23 marzo) e San Francisco (27 marzo).

E in mezzo? In mezzo il vino del Made in Italy. Da capire, da proporre, da raccontare. Vince sempre, in questi casi, il sorriso del vino italiano e non, il valore di un racconto mai scontato di produttori piccoli medi grandi che ci mettono la faccia. Che prendono la valigia e via in un tour, per niente slow dal punto di vista dell’impegno e della fatica, ma molto attento a usare il tempo giusto (e anche gli spazi riservati agli espositori) dove dare tempo al vino e alla sua storia, per il suo futuro. 

In una recente intervista apparsa sul Corriere della Sera a firma di Luciano Ferraro, il presidente di Veronafiere Federico Bricolo aggiunge un sorriso al “claim papale” citato in cima a questo articolo: “Per noi il vino ha un valore sociale, dove cresce il vino cresce anche il territorio”. Solo in Italia il settore vale 15 miliardi. E sono quasi 8 miliardi nell’export. In Europa, vale 130 miliardi di Prodotto interno lordo, con quasi 3 milioni di posti di lavoro. L’export europeo negli ultimi vent’anni è salito da 4 a 17,4 miliardi. Non disimpariamo a sorridere, dunque, perché c’è una New Italy del vino che mette sul mercato una sostenibile gioia italiana.

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